Siamo un po’ tutti malati immaginari e guai a dirci che non abbiamo niente

L’ipocondriaco soffre come un vero malato: è una nevrosi che nelle forme più gravi richiede l’intervento dello specialista

«Come va?»
Rivolgendo una generica e incauta domanda di questo tipo a una persona anziana, magari un conoscente incontrato per caso, invece di ricevere un’altrettanto educata e generica risposta potrebbe capitarvi di venire inchiodati sul marciapiede per sorbirvi una lunga e dettagliata relazione sullo stato del suo colesterolo.
Niente sembra interessare le persone di una certa età più delle malattie proprie e altrui, di nulla parlano con maggiore voluttà.
Ma non è solo questione di anni. L’attenzione al proprio stato fisico, sia sul versante propriamente medico, sia per quel che riguarda l ’alimentazione, lo stile di vita o l’equilibrio psichico, è oggi molto diffusa, e non possiamo che rallegrarcene; tuttavia può assumere caratteri ossessivi e generare a sua volta un’irragionevole paura della malattia, fino a raggiungere livelli patologici.

L’ipocondriaco non è un simulatore: quantunque nessuno dei suoi organi sia compromesso, egli si sente veramente malato, pensa come un malato, soffre come un malato. E la sua sofferenza è accresciuta dal fatto che parenti e amici non lo prendono sul serio e lo liquidano con frasi del tipo «Sono tutte paturnie psicologiche».
La preoccupazione eccessiva per il proprio stato di salute, dovuta a fantasie prive di fondamento, provoca realmente disturbi fisici, accompagnati da ansia e depressione. Siamo di fronte a un colossale fenomeno di autosuggestione: l’immaginazione di qualcosa che non esiste si materializza come dolore.
Quello descritto è un disturbo morboso che rientra nel quadro delle nevrosi e che richiede un intervento specialistico, tuttavia in piccole dosi soffriamo un po’ tutti di ipocondria: siamo tutti, per qualche aspetto, malati immaginari.

Basta leggere gli inserti sulla salute dei nostri giornali o seguire qualche trasmissione divulgativa per ritrovarsi i sintomi descritti. Lo stesso effetto lo fanno i bugiardini annessi alle confezioni di farmaci, dal tono spesso minaccioso.
E che dire del famoso “consenso informato”? Il paziente, già di per sé in una situazione potenzialmente ansiogena, si vede propinare, prima di un intervento di qualsiasi natura, fosse anche l’estrazione di un dente, un lungo e minuzioso stampato alla fine del quale gli viene richiesta una firma di accettazione.
Il tapino in genere non cerca nemmeno di leggerlo (e fa bene perché il contenuto è di linguaggio tecnico e sempre terrorizzante), si limita a firmarlo con rassegnazione.
Tutto questo non fa che suscitare ansia di fronte a un sapere alieno e non produce alcun beneficio al paziente, che vorrebbe invece essere rassicurato dal terapeuta che si assume la responsabilità di indirizzare la scelta della cura da attuare.
Quello che viene ipocritamente spacciato come un atto di dovuta trasparenza nei confronti del malato è in realtà un modo di garantire il medico e la struttura ospedaliera da eventuali reclami.
Di fronte alla paura della malattia ci sono persone, anche abitualmente razionali, che fanno ricorso a rituali esorcizzanti di sapore magico che a volte funzionano, come dimostra il successo dei placebo.

Ciò non stupisce: se infatti la malattia immaginaria è frutto di suggestione, anche la guarigione, non importa come ottenuta, può esserlo.

Del resto anche la psicoterapia è, per certi aspetti, una grande magia.
Paradossalmente si dà anche il caso che la ricerca ossessiva del morbo e la paura a essa associata si plachino quando viene individuata con certezza scientifica una malattia reale alla quale è finalmente possibile dare un nome.

Concludo con un consiglio per tutti noi, ipocondriaci in pectore: informiamoci con cura e mettiamo in atto misure intelligenti di prevenzione, ma cerchiamo di non prendere troppo sul serio articoli e trasmissioni di carattere divulgativo, e soprattutto informazione via web. Ascoltiamo il nostro corpo, ma non permettiamogli di monopolizzare i nostri pensieri.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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