Siamo un paese per vecchi, ma è davvero colpa degli spermatozoi?

Il fenomeno delle culle vuote è legato all’inconscio: nelle società avanzate domina il presente e si è inceppata la progettazione del futuro

Il fenomeno delle culle vuote interessa l’intero mondo occidentale, ma appare particolarmente drammatico in Italia, sempre più un paese per vecchi.

Le ragioni sono note da tempo: crisi economica, mancanza di efficaci politiche a sostegno della famiglia, emancipazione della donna, sempre più dedita alla carriera, desiderio di mantenere il proprio tenore di vita.

La crisi senza dubbio morde, ma il fenomeno non interessa solo le fasce più disagiate, coinvolge la totalità della popolazione, anche, e in particolare, i ceti più abbienti. Le donne, specie quelle in carriera, spostano sempre più in là il momento di fare un figlio, che finisce così per rimanere spesso unico. Quanto al sostegno alla famiglia, anche dove, come in molti stati europei, viene largamente praticato da legislazioni generose, non sembra produrre risultati apprezzabili.

Adesso pare ci si mettano anche gli spermatozoi depotenziati, come documenta uno studio recente sull’aumento dell’infertilità maschile. Sarebbe infatti dimostrato un calo quantitativo e qualitativo degli spermatozoi, da attribuirsi a inquinamento, cellulari e fumo (M. Gabanelli, Perché gli uomini sono meno fertili, in «Corriere della Sera», 26 feb. 2018).
Insomma, anche gli spermatozoi non sono più quelli di una volta!

Le cause addotte non sono certo prive di fondamento, ma non mi convincono del tutto. Che giochino anche motivazioni inconsce?

Nelle nostre società avanzate si è inceppata la progettazione del futuro, sostituita da un eterno presente, dal consumo immediato del qui e ora.

Si coltiva l’idea di una eternità individuale, di cui è testimone la cura ossessiva per un corpo sempre giovane, e si trascura l’immortalità nel futuro, l’unica che ci è concessa, attraverso i figli e i figli dei figli, le generazioni a venire che conservano la nostra eredità, l’eredità dei padri.

È venuta meno la fede in un progetto grandioso che si proietta in un futuro senza tempo, ben al di là delle nostre fragili esistenze individuali e di cui, pure, facciamo parte per un breve periodo. Ciò che rimane è, da una parte, l’egoismo del proprio “particulare”, dall’altra il pessimismo depressivo sulle sorti dell’umanità.

Si è perso il sogno di un futuro da immaginare, perdita che si manifesta anche nell’attuale, drammatica crisi della religione, delle ideologie, della politica.

Bisogna riattivare questo sogno e crederci, se vogliamo far rivivere il desiderio di un avvenire aperto a scenari infiniti, che, allora sì, avremmo forse voglia di contribuire a costruire e a popolare.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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