Si, occorre che un divo si imbarchi su una nave ONG

Marion Cotillard dal film "C'era una volta a New York"
Ha ragione Sandro Veronesi: per aiutare i migranti non basta la ragione, bisogna impegnare il corpo

Sul «Corriere della Sera» del 9 luglio è apparso un articolo a firma Sandro Veronesi (Dobbiamo mettere i nostri corpi su quelle navi), nel quale lo scrittore, sconvolto e indignato di fronte alla tragedia dei migranti morti in mare, immagina che personaggi noti, cantanti, attori, atleti, possano mettere il loro corpo sulle navi delle ONG che vagano per il Mediterraneo in soccorso dei naufraghi.
In un’altra pagina dello stesso quotidiano è pubblicato un breve testo di Zygmunt Bauman (Non distogliere lo sguardo dalle sofferenze altrui. La solidarietà è l’unica via), in cui il sociologo e filosofo recentemente scomparso analizza il fenomeno migratorio al quale assistiamo e le paure che scatena. Inserendosi nella tradizione del pensiero etico, sostiene che l’unica via di uscita dalla crisi che viviamo passa per il rifiuto di barriere e trincee in nome della solidarietà tra gli uomini, con la speranza di arrivare, attraverso occasioni di incontro e conoscenza reciproca, a una «fusione di orizzonti».
Due modi di guardare lo stesso problema a confronto.
Le parole del filosofo lo analizzano e argomentano in modo razionale, quelle dello scrittore lo affrontano d’impeto, con una proposta al di fuori dei consueti schemi logici, in cui si esprime la fantasia del romanziere.

Se tutto è già stato detto, tutti gli appelli sono stati fatti, tutte le proteste si sono levate invano, le parole sono state tutte consumate, facciamo parlare il corpo, la carne e il sangue, ciò che segna il passaggio tra la vita e la morte.

In questa nostra epoca che dà tanta importanza alla fisicità, all’aspetto mantenuto eternamente giovane, alla bellezza del divo, della top model o dell’atleta, in cui anche i leader politici curano la forma fisica, cercando consenso grazie a una felpa o a una nuotata sulle orme di Mao, il corpo può forse dare un messaggio capace di bucare l’indifferenza e colpire l’immaginario collettivo.
Veronesi elenca, citandoli a caso, a titolo puramente esemplificativo, personaggi il cui corpo è diventato icona: il cantante le cui canzoni fanno parte della storia di alcuni di noi, colonna sonora di amori e dolori, l’atleta che è per altri un mito, la diva sogno proibito di tanti, e addirittura il personaggio di una serie televisiva che ha acquisito vita propria, cancellando l’attore che lo interpreta.
Quando tutti i discorsi sono stati tentati, quando la ragione ha fallito, ci rimane solo il corpo, e allora mettiamolo in gioco.
Del resto, noi cristiani possiamo vantare un archetipo illustre: secondo la tradizione, Gesù ha giocato il suo corpo, prima incarnandosi, poi offrendolo allo scempio per salvare l’umanità.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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