Se un ragazzo mi dice che vuole togliersi la vita

Quella che arriva al suidicio non è il 100% di quella persona, ma è una parte, estrema, che vuole difendere dal dolore

Silenzio.

Inizierei questo articolo con 5 minuti di silenzio. Ma non solo per rispetto e commemorazione. È un silenzio da superstiti, un freezing dei pensieri, quel vuoto che passa per la mente quando si leggono notizie come quella del suicidio dei due ragazzi, appena maggiorenni, che frequentavano un liceo di Monza, a distanza di 15 giorni l’uno dall’altro.

Spesso rifuggiamo questo silenzio, tanto forte quanto lo schianto che queste notizie sono per il nostro comune sentire. È un silenzio che sentiamo ma non vogliamo ascoltare. Ci difendiamo attivando un pilota automatico che ci porta a dare veloci interpretazioni distanzianti e a dirci, in fondo in fondo, che a noi questi fatti non riguardano. 

Dobbiamo difenderci, perché questo tipo di morte ci scandalizza, è così contronatura.
Per lavoro incontro ragazzi che fanno pensieri suicidari, o mettono in atto condotte autolesive. E confesso che mi agito tantissimo, cosa su cui poi mi critico, perché una parte di me pensa di dover sempre sapere che fare senza agitarsi, visto il lavoro che ho scelto. Mi dico che non devo andare in ansia e inconsapevolmente cerco tutti i modi per evitare questa scomoda e spiacevole emozione. 

Recentemente mi è successo un fatto: ricevo, una domenica, una telefonata dalla mamma di una ragazzina, con cui lavoro da tempo. È in piena crisi, si taglia, in una chat ha parlato di suicidio. Prendo la macchina e corro da lei. Almeno per… per? Non lo so. Almeno per abbracciarla e dirle… non so neanche questo.

Arrivo da lei, ho del cioccolato nella borsa e glielo do. Ne mangiamo un po’ insieme e poi inizia a parlare lei, per fortuna. E stiamo lì, insieme, qualche ora.

Quella domenica per me è stata più formativa di un master. 

L’apprendimento centrale, il punto, è che bisogna fare spazio (poi anche il cioccolato fa la sua parte).

Le frasi del buon senso comune, a seguito di notizie di questo genere, sono del tipo “il suicidio non è la soluzione”, poi a voce un po’ più bassa ci si chiede cosa potrà mai essere un problema così grande da non lasciare altra scelta. E via con ipotesi, etichette, giudizi. 

Forse dovremmo chiederci un po’ meno “cosa”, un po’ meno “perché”, e più come.
Non “perché lo ha fatto?”, ma “come si è sentito”.
Non “cosa devo fare/dire?”, ma “come posso esserci?”.

Meno interpretazioni e più presenza.
Da professionista, non so e non voglio dare spiegazioni su un adolescente che si suicida. Non so dire a priori ad adulti allarmati cosa dovrebbero osservare.
Mi sento solo di suggerire che

quella che arriva a togliersi la vita non è il 100% di quella persona, ma è una parte, estrema, che, armata fino ai denti, vuole difendersi dal dolore.

Non importa quale dolore, importa che quel dolore è così intenso che bisogna arginarlo in ogni modo. 

È “una parte-partigiana che deve liberarmi dal male a ogni costo”: ringrazio una mia giovane paziente per queste parole che mi illuminano. Una parte in trincea insomma, con fucile in spalla, in un corpo a corpo col dolore.
Chi si suicida non necessariamente odia la vita, non vuole disfarsene.
Vuole stare bene. E ci sono forme di dolore così intenso da diventare persecutorio, ingestibile.

Tutti abbiamo il dovere di pensarci. Non necessariamente di fare qualcosa, ma almeno di cercare delle parole, delle emozioni, delle sensazioni, in quel silenzio della nostra mente, di fronte a certe notizie. Possiamo apprendere qualcosa?
Impariamo a non ignorare il dolore, a non fuggirlo sempre e comunque.
Impariamo che la felicità non è solo-quando-finalmente “prenderò 10 in latino”, “troverò il fidanzato”, “perderò 5kg”, “mi lasceranno andare in discoteca”.
Impariamo che ogni momento ha la sua dignità, anche quelli spiacevoli, e che magari possiamo farne esperienza.
Impariamo che non abbiamo responsabilità delle emozioni che proviamo – sono un fatto fisiologico, risultato di un processo evolutivo di millenni –, ma che è nostra responsabilità imparare a sentirle, ad accettarle, a riconoscerne l’arrivo e gli effetti, in noi stessi e negli altri.
Diamo diritto di cittadinanza non solo alla performance, al successo, alla felicità, ma a tutto il faticoso processo dell’apprendimento alla vita, che non finisce mai.

Elisa Accornero

Psicologa psicoterapeuta, si occupa di età evolutiva, genitorialità, trattamento dei traumi e psico oncologia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *