Se l’ubbidienza alle leggi è una virtù che senso ha la disubbidienza civile?

Considerazioni a margine della vicenda Sea Watch: forse non è vero che solo in un paese dittatoriale si può trasgredire alle norme

Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in compatrioti e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri.

(Don Milani)

 

A lungo le vicende della Sea Watch 3 e della sua capitana hanno riempito le cronache e alimentato feroci discussioni.

Carola Rackete, al centro, suo malgrado, di una partita politica che si gioca altrove, ha rischiato di diventare per alcuni una eroina, una terrorista per altri. Peggio, un’icona social.

È indubbio che la Capitana abbia ignorato disposizioni precise di uno Stato sovrano e abbia collezionato una imponente serie di trasgressioni: ha disubbidito al divieto di entrare in acque territoriali italiane, ha disubbidito al divieto di fare rotta su Lampedusa, ha disubbidito al divieto di attracco in porto, danneggiando nella manovra un mezzo della Guardia di Finanza che cercava di impedirlo. Circostanze che ne hanno determinato l’arresto e hanno reso inevitabile l’apertura di un procedimento giudiziario a suo carico.

La legalità è stata violata, le leggi di uno Stato sovrano disattese.

Ciò detto, qualche riflessione è d’obbligo e, procedendo per libere associazioni di idee, possiamo arrivare  molto lontano.

Il tema della legalità è oggi al centro del dibattito educativo:

in molte scuole si attuano programmi volti alla formazione di cittadini consapevoli dei diritti e dei doveri che gli competono. Molti professori di filosofia, ma non solo, dedicano ore allo studio della Costituzione e alla riflessione sull’agire etico, coinvolgendo anche organizzazioni esterne che si occupano di diritti umani, contrasto alla criminalità organizzata, e magistrati o ex magistrati che fanno interventi nelle scuole per parlare della loro esperienza nella lotta alla corruzione.

L’obiettivo è quello di promuovere negli studenti comportamenti virtuosi, formativi della personalità: l’ottemperanza alle leggi vigenti viene proposta come un valore centrale della vita di donne e uomini futuri.

Vediamo cosa potrebbe avvenire, e spesso avviene, nell’aula di un liceo milanese, a conclusione di tante conferenze, testimonianze, letture, dotte e appassionate discussioni. 

Una manina si alza a porre la domanda: che posto e che valore ha la disubbidienza civile? 

E qualcuno di più acculturato di rincalzo: che ne facciamo di Antigone?

A questo punto qualcun altro citerà i Giusti, coloro che, nel corso dei genocidi del Novecento o di fronte a violazioni dei diritti umani, hanno saputo dire NO al condizionamento ambientale e si sono messi a rischio per salvare le vittime designate.

La categoria dei Giusti è molto varia: si va da veri giganti, capaci di cambiare il corso della Storia, come Mandela, a testimoni di verità contro il negazionismo, come Armin Wegner per gli Armeni, a individui forse moralmente discutibili, ma capaci di agire con coraggio per salvare vite umane, come Schindler, ai tanti diplomatici che, disattendendo le indicazioni dell’autorità superiore, hanno distribuito visti salvifici nei paesi occupati dai nazisti o nel Cile di Pinochet e nell’Argentina di Videla.

Tutti costoro, pur molto diversi per provenienza geografica, educazione, contesto sociale, collocazione ideologica, formazione culturale e morale, carattere, hanno un elemento in comune: sono stati tutti dei disubbidienti.

Certo, un bravo professore spiegherà ai suoi studenti che la disubbidienza civile è un’arma di opposizione, spesso eroica, laddove esista uno Stato dittatoriale o un regime totalitario, ma non avrebbe ragione di essere in un Paese democratico, il cui governo sia espressione della volontà popolare. 

Ma ne siamo proprio sicuri? Forse non in tutti i casi – don Milani sarebbe d’accordo – l’ubbidienza alla legge è una virtù.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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