Se lo chiamiamo “pace fiscale” anche il condono diventa giusto

Attraverso la manipolazione del linguaggio abili comunicatori creano una percezione alterata della realtà che spesso diventa sentire comune

Nel film  Vice – L’uomo nell’ombra, liberamente (ma neanche troppo) ispirato all’irresistibile ascesa di Dick Cheney, per otto anni Vicepresidente degli Stati Uniti durante l’amministrazione di George Bush junior, a un certo punto si racconta come il governo volesse abolire la tassa di successione sui patrimoni di oltre due milioni di dollari (al di sotto di tale limite non si pagava) per fare un favore ai suoi ricchi sostenitori.

Si trattava di un provvedimento di difficile approvazione, data la prevedibile ostilità dell’opinione pubblica. A qualcuno venne in mente di cambiare nome al prelievo e di chiamarlo “tassa sulla morte”. Presentata in questo modo la tassa è apparsa subito qualcosa di sinistro e intollerabile e la sua cancellazione è stata possibile senza grandi resistenze.

Un’analoga, vincente operazione di maquillage ha riguardato la sostituzione del minaccioso “effetto serra” con il molto più generico e neutro “cambiamenti climatici”.

È attraverso operazioni di questo genere che

abili comunicatori creano una percezione alterata della realtà che spesso finisce per imporsi e diventare sentire condiviso.

Veniamo a esempi che ci toccano da vicino.

Pensiamo alla cosiddetta “pace fiscale”, una trovata veramente geniale. Come suonano bene le parole, come comunicano un senso di serenità e suggeriscono un rapporto finalmente armonico con l’odiato fisco. In realtà la formula regala un’immagine gentile alla parola impronunciabile: “condono”.

Anche “reddito di cittadinanza” suona bene, suggerisce l’idea della dignità che deriva dal sentirsi cittadini di uno Stato, tutti uguali nei diritti. In realtà si tratta piuttosto di un sussidio rivolto a persone in precaria situazione economica, forse doveroso per alleviarne il disagio, ma difficilmente in grado di conferire alla maggioranza di loro la dignità di lavoratori e, ancor meno, di “abolire la povertà”.

Tutti questi esempi mostrano come il linguaggio abbia la capacità di forgiare l’immaginario collettivo e come l’abilità nel maneggiarlo determini la nostra percezione della realtà, coinvolga la nostra sensibilità, influenzi le nostre emozioni. Ne conoscono bene le potenzialità i guru della pubblicità e dell’immagine che indirizzano le nostre scelte.

Il potere delle parole è qualcosa di affascinante, ma può rivelarsi molto pericoloso quando venga sfruttato per ottenere consenso manipolando i dati reali con abili giochi di prestigio.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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