Se il Covid diventa una scusa per isolare i malati psichici

Quando i protocolli finiscono per discriminare ulteriormente i pazienti con problemi mentali

“La prima classe costa 1000 lire, la seconda 100, la terza dolore e spavento e puzza di sudore dal boccaporto…”

Cosi un giovane Francesco De Gregori descrive il mondo ai tempi del Titanic, un mondo in cui non solo viaggiare ma anche morire aveva le sue priorità e regole.

Regole, di questi tempi ne abbiamo viste tantissime, multiformi, buone per arrivare alla fine della settimana e per andare a leggere gli aggiornamenti e i comportamenti da tenere.

Come mi è già capitato di scrivere, a mio modo di vedere la fase più delicata è quella che abbiamo delineato fase 2, ovvero quella della responsabilità, quella in cui a ognuno deve essere data l’opportunità di restituire, in termini di comportamenti personali attenti e prudenti, il proprio diritto di cittadinanza. 

Tutto sommato non è complicato: distanze e mascherina, possiamo fare quasi tutto dunque con atteggiamento prudente, con attenzione e moderazione.

Essendo la materia di pertinenza quasi esclusivamente sanitaria mi sarei aspettato una attenzione alle persone, ai fattori di rischio come la comorbilità, l’igiene, l’isolamento affettivo ecc.

Invece no, cari amici, invece ancora una volta mi tocca rendermi conto che alcune categorie di persone, nel caso di specie i malati mentali, non vengono considerati persone alla stregua di tutte le altre, ma portatrici di una “vulnerabilità aggiuntiva”, ovvero soggetti ancora una volta a uno statuto speciale, a regole proprie di chi in qualche modo non ha ancora conquistato un diritto di cittadinanza pieno. 

Tanto per non passare per capzioso o visionario faccio un esempio tratto da situazioni di vita che quotidianamente sono chiamato a gestire. Se la sig.na Antonietta (nome di fantasia ovviamente), che dal 7 di marzo non vede i propri genitori, vuole raggiungerli in Liguria dove abitano e da dove non possono muoversi perché molto anziani e inabili (non per Covid), potrà ovviamente farlo, a patto però che al ritorno si sottoponga a un isolamento fiduciario (quarantena) di due settimane nella propria stanza, uscendo da questa solo per andare in bagno.  

Il dottore invece, come chiunque altro, nel fine settimana può andare con la famiglia ovunque e il lunedì successivo tornare al lavoro, nel rispetto delle precauzioni covid (distanziamento, igiene e mascherina). Poco importa che Antonietta si rechi in un casolare assolutamente sicuro e isolato mentre le famiglie “normali” possono finire in albergo con molte altre persone.

Potremmo ovviamente fare molti altri esempi di questo tipo, dai quali emergerebbe che la procedura suggerisce ai terapeuti di non fidarsi dei pazienti psichiatrici che seguono. Siamo dunque tornati allegramente, o meglio con tracotanza e sicumera, ai tempi prebasagliani.

Si intravede in questi atteggiamenti lo spirito descritto da Foucault che consiglia di tornare a sorvegliare, e forse bisognerebbe aggiornare il titolo della sua opera a Sorvegliare e quarantenare.

E noi? Noi democratici, che ci indigniamo perché non si rispettano le abitudini sessuali del macaco della Nuova Guinea, noi che “non per i soldi ma per principio…”, che faremo?

Torneremo ancora una volta a prendere le parti del pesce piccolo che non accetta di essere inghiottito da quello grande, ovvero riusciremo a cogliere la discriminazione?

Oppure nasconderemo la nostra paura, la nostra ignavia, dietro il rispetto dei protocolli, vendendo sicurezza e garanzie come moneta di scambio invece che fare una buona clinica, ossia promuovere il riconoscimento dell’altro anche a scapito di regole messe in atto solo per difenderci in fin dei conti dalla nostra paura?

Vorrei che le persone che fanno il mio lavoro riflettessero e non lasciassero il passo alla regola e a una psichiatria protocollare, muscolare e vuota che ha sempre più l’odore e le sembianze del disumano. In fondo nessuno di noi evoca comportamenti irresponsabili o nega l’esistenza di una emergenza sanitaria. Allo stesso tempo penso che si debba lottare affinché le categorie fragili non finiscano con il perdere la risposta ai loro bisogni, siano essi sanitari, emotivi e affettivi. Allo stato attuale, a mio modo di vedere, è la persona fragile a rimetterci, sia essa anziana, bambina, malata nel corpo o nello spirito. 

Concludo lasciandovi con una riflessione ancora una volta Basagliana: “Nella storia ci sono sempre stati falsi profeti, nel caso della psichiatria però ad essere falsa è la profezia…” (F. Basaglia, Conferenze Brasiliane).

Massimo Buratti

Direttore di comunità psichiatrica Lighea, psicologo, formatore, supervisore, filosofo,criminologo, docente Cofil - Università Ca' Foscari – Venezia

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