Se dai dello stronzo a tutti sei tu una faccia di guano

Un linguaggio volgare e aggressivo che tende a negare il confronto dialettico è indice di sentimenti meschini e sintomo di un malessere diffuso

«Cazzo» è stato sdoganato da tempo. «Strafiga» è addirittura un complimento. «Stronzo» equivale ormai a birichino. E «vaffanculo» è considerato una normale espressione di risentimento.
Siamo tutti testimoni della degenerazione del linguaggio pubblico, sempre più volgare e violento, che si esprime senza vergogna sui media e soprattutto sul web, sfogatoio degli istinti più bassi e inconfessabili della psiche.

Constatando la difficoltà di arginare tale tendenza, consiglio ai nostri frequentatori dei social, dove riversano la loro bile, la lettura di alcuni grandi maestri dell’invettiva, al fine almeno di rinfrescare il loro turpiloquio di omologato squallore: da Dante, di crudezza spietata verso i suoi nemici, attraverso tutta una ricchissima tradizione letteraria, fino a Gadda, capace di accanirsi sui suoi bersagli polemici con inesausta fantasia in un linguaggio immaginifico e barocco.

Molto più modestamente, ricordo un mio zio che sostituiva al comune «faccia di merda» un più sofisticato «faccia di guano». Ecco, si potrebbero cercare espressioni alternative e alleggerire un linguaggio sempre più becero: anche nell’insulto ci vogliono fantasia ed eleganza.
Ma al di là della forma, più o meno letteraria,

il vero elemento discriminante è il bersaglio al quale si indirizzano le contumelie.

I personaggi ricordati sopra, nel formulare le loro invettive erano comunque sempre mossi da profonda indignazione morale. Oggi la violenza e gli insulti sono rivolti non solo contro il governo e i politici perché, a torto o a ragione, chi detiene il potere catalizza il malcontento e l’aggressività, ma toccano anche militanti del proprio partito, colleghi di lavoro, compagni di scuola, per non parlare degli ex! – persone che immaginiamo legate da rapporti di amicizia o almeno di rispetto.

Sui social, complice l’anonimato, donne che hanno patito violenza vengono volgarmente insultate con auspicio di stupro, ragazze colpevoli di qualche leggerezza sono esposte alla gogna mediatica, qualsiasi espressione di debolezza diviene oggetto di disprezzo. Si infierisce su chi è più fragile, deridendo e offendendo.
No, questo non è nemmeno odio, lo nobilitiamo chiamandolo così, si tratta di qualcosa di più oscuro e magmatico, è la banalità della cattiveria che emerge dal profondo e investe indifferentemente ciò che trova.

Un tempo solo il Carnevale permetteva, all’ombra della maschera, di sfogare i propri umori, oggi i social offrono una maschera quotidiana alle pulsioni più meschine. Ma anche nel dibattito pubblico a viso aperto così come nelle discussioni private non va molto meglio: quello che dovrebbe essere un confronto dialettico, magari giustamente duro, si trasforma spesso in una rissa verbale in cui nessuno ascolta le ragioni dell’altro e che finisce per oscurare l’oggetto del contendere.

Negare l’ascolto è una forma, forse peggiore dell’insulto, di aggressività, una delegittimazione a priori dell’interlocutore.
Chi ha fatto dell’ascolto una professione ben sa quale forma di disprezzo sia rifiutare attenzione a chi parla e quale senso di frustrazione provochi.
Forse, oltre a contrastare giustamente questi comportamenti, dobbiamo cominciare a pensare che siano sintomi di un malessere diffuso, di una rabbia latente e pervasiva che interessa sia la sfera pubblica che la privata. È di questo disagio che bisogna preoccuparsi?

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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