Scandalose le violazioni della privacy: ma non sono un po’ colpa nostra?

Se si accetta la logica dei social quel che si cerca sotto sotto è esibirsi e si accetta il rischio di esporsi a sguardi non benevoli

Riferendosi all’ennesimo scandalo per l’uso scorretto di Facebook, che grazie a Cambridge Analytica ha violato la privacy di quasi 100 milioni di persone, lo psicologo svizzero Allan Guggenbühl dalle pagine della Neue Zürcher Zeitung ci ricorda come, ai tempi della Repubblica Democratica Tedesca, la mitica Stasi avesse elaborato tecniche per disarticolare la personalità di soggetti ritenuti pericolosi per il regime: spionaggio da parte dei vicini di casa, pedinamenti, il controllo clandestino dell’intera vita privata del bersaglio, espedienti che a raccontarli oggi paiono solo grotteschi ma si sono rivelati efficaci, come sostituire di nascosto il contenitore del sale con quello dello zucchero nella credenza del “paziente” e poi viceversa.

Guggenbühl fa poi notare come oggi, nella società digitalizzata, i complicati procedimenti della Stasi (presumibilmente non solo della Stasi) sono diventati assai più semplici: siamo noi, con i gesti della nostra vita quotidiana, ad alimentare enormi archivi di dati utilizzabili, e a quanto pare utilizzati, per disarticolare non solo singoli individui ma intere fette delle popolazioni. La vera differenza – questo non lo dice lo psicologo elvetico ma lo aggiungiamo noi – è che oggi non sono solo i tenebrosi regimi al di là della Cortina di ferro o della Cortina di bambù, ma anche i ridenti e solari regimi di quel che si continua a definire il mondo liberal-democratico (non si parla più di “mondo libero” per mancato sprezzo del ridicolo). È l’ironia della sorte, o la vendetta della storia se si preferisce: Graecia capta ferum victorem cepit. Il mondo capitalistico, uscito vittorioso dal confronto col mondo comunista, ne ha assunto le pratiche e, in ultima analisi, gli scopi.

Se le indicazioni di Guggenbühl corrispondono al vero (sembra obiettivamente difficile sostenere il contrario) viviamo già in un mondo orwelliano.

Non voglio usare parole grosse come libertà, ma non posso non farmi una domanda: è cosa buona o è una situazione fastidiosa?

La risposta è naturalmente individuale, ma personalmente sono portato a collocarmi nel punto di vista di quanti non giubilano per questa situazione, e mi vedo allora costretto a fare alcune constatazioni. Il mio comportamento politico mi colloca irreparabilmente dalla parte dei perdenti; il mio comportamento personale tende a emarginarmi: per esempio, non mi sono mai iscritto a Facebook perché, pur ignaro di tecnologia, avevo la confusa sensazione che iscrivendomi avrei esposto la mia persona a sguardi non necessariamente benevoli. Ne ho discusso con amici che mi hanno risposto: «Certo, il rischio c’è, ma oggi se non sei nei social sei tagliato fuori». Questa risposta suscita una seconda domanda: forse che questa esposizione alla piazza mediatica non è un indesiderabile ma inevitabile prezzo della legittima aspirazione di vivere all’altezza dei propri tempi ma è, sotto sotto, precisamente quel che si cerca, cioè esibirsi, cosa che peraltro io stesso nel mio piccolo faccio mettendo in pubblico queste mie elucubrazioni?

Rimangono tre fatti: 1. se il prezzo della salvaguardia della propria persona (oggi si dovrebbe dire del proprio “profilo”) è la tendenziale emarginazione, la parola individuo è destinata a perdere il proprio senso e, con questo, perde il proprio senso anche il benemerito lavoro di tante persone che si dedicano appunto ad assistere individui; 2. Anche il processo democratico si svuota di senso o forse, più precisamente, si trasforma in una verifica tecnica della efficacia delle tecniche manipolatorie applicate; 3. Le polemiche, le commissioni d’inchiesta e i crolli in borsa all’indomani dello “scandalo” attorno ai maneggi di Cambridge Analytica non hanno nessuna probabilità di cambiare la situazione; del resto se di scandalo si fosse trattato il boss di questa società avrebbe dovuto essere bruciato sul rogo tra gli applausi delle folle, com’è capitato al “povero” signor Weinstein, non “sospeso”, con un provvedimento che suona “ha da passà a’ nuttata”.

Un anglosassone direbbe che le mie sono conclusioni affrettate, e certo lo sono. Faccio fatica, tuttavia, a immaginare i contorni di conclusioni più ponderate.

 

Teodoro Dalavecuras

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