Renzi, nemico pubblico numero uno, perché non sei andato all’inferno?

Ha dell’incredibile l’acredine che accomuna avversari e compagni dell’ex premier, colpevole di imperdonabile superbia

Gli avversari interni di Matteo Renzi gli hanno costantemente rimproverato la natura “divisiva” della sua leadership. A dire la verità, questo sembra il rimprovero più immeritato fra i tanti che il giovane leader del PD si è tirato addosso a partire, quanto meno, dall’inizio della campagna per il referendum costituzionale dell’anno scorso, finito con la sua fragorosa sconfitta.

In effetti nessun protagonista della scena politica italiana, negli ultimi decenni, è riuscito a coalizzare uno schieramento di avversari compatto ed esteso come Renzi.
Già il risultato del 4 dicembre scorso è più che eloquente: il 60 per cento contro la proposta di riforma costituzionale è un risultato più che ragguardevole.
Ancora più significativo però è ciò che si è visto dopo la sconfitta. Renzi ha subito presentato le dimissioni del governo. Poco dopo, come era stato chiesto dai suoi avversari interni ha convocato il congresso del partito e ha quindi lasciato la poltrona di segretario. Non solo: diversi ministri del governo Renzi hanno prontamente preso le distanze dal loro leader, tanto da far dire al principe Gustavo Zagrebelsky, uno dei più pugnaci avversari della riforma costituzionale, che a questo punto nutriva sentimenti di solidarietà umana nei confronti dell’ex presidente del consiglio.

Ci si sarebbe aspettati che gli avversari, forti della loro schiacciante vittoria, si dedicassero alla promozione di politiche alternative a quelle renziane. Invece è successo esattamente il contrario. Il dibattito politico è stato monopolizzato dalla denuncia – non priva di connotati ossessivi – degli errori e dei peccati dell’uomo di Pontassieve (o di Rignano sull’Arno? Non si è capito). Non solo da parte dei nemici storici del Fatto Quotidiano, della televisione La 7 e poi, dopo il passaggio del Corriere della Sera sotto il controllo di Urbano Cairo, editore de La 7, da parte del quotidiano milanese; ma anche da parte degli osservatori politici meno schierati. Quando Renzi ha presentato al Lingotto la propria piattaforma per le primarie del PD, un coro si è alzato dalle redazioni della grande stampa indipendente per esprimere delusione, scetticismo, dispetto. Ognuno con il proprio stile, Marcello Sorgi della Stampa distaccato e analitico, Paolo Mieli paterno e saggio, Francesco Merlo sarcastico, hanno intonato il De Profundis del politico toscano.

Divisivo Renzi? Piuttosto, si è rivelato il catalizzatore di un sentimento collettivo che se non è unanime, poco ci manca: il sentimento dell’angoscia da renzismo.

Sembra infatti che né la travolgente vittoria del No al referendum, né le dimissioni di Renzi da tutte le cariche abbiano dissolto il fantasma che si aggira per l’Italia, quello di un politico che evidentemente in meno di tre anni ha seminato il panico.
Perché? Probabilmente ci vorrebbero gli strumenti della psicologia sociale per spiegare un fenomeno che, a considerarlo obiettivamente, è paradossale. Cioè il fenomeno di un paese che riesce a rispedire a casa un politico accusato di arroganza, di decisionismo, di incompetenza, addirittura di tentata demolizione (con la fallita riforma costituzionale) delle istituzioni democratiche, in sostanza del nemico pubblico numero uno, e invece di esultare per la caduta del tiranno seguita a masticare rancore nei suoi confronti. Con Pierluigi Bersani che esorta l’attuale Presidente del Consiglio a “emanciparsi” dal suo predecessore, il governatore della Puglia Michele Emiliano che gli prescrive un soggiorno in convento dove emendarsi dai suoi peccati attraverso una serie di letture che ha cura di elencare, eccetera, eccetera.
Evidentemente, la percezione di questo paradosso non è condivisa, non sembra che gli esperti siano in cerca di spiegazioni.
Se mi è permesso, ci provo io che non sono né psicologo, né sociologo.

Forse, e al netto di tutte le considerazioni di ordine politico, nel corso della campagna referendaria, era maturata la convinzione che la possibile sconfitta di Renzi ne avrebbe definitivamente travolto la carriera politica, disperdendone le truppe. Quanto meno, ci si aspettava che una sconfitta sonora com’è stata quella del 4 dicembre scorso umiliasse anche soggettivamente il giovano politico toscano e lo intrappolasse in una sindrome depressiva.
Così non è stato, con la conseguenza che al fitto cahier des doléances nei confronti di Matteo Renzi si è aggiunta l’estrema e dolorosa accusa di non avere reagito alla sconfitta come era lecito aspettarsi che facesse. Una condotta decisamente inaccettabile: con la superbia, il vero peccato che i suoi numerosi critici addebitano a Matteo Renzi, gli italiani contemporanei sono più severi di Dante; per la superbia non basta il Purgatorio ma ci vuole l’inferno. Qui e ora.

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Teodoro Dalavecuras

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