Renzi bocciato in psicologia: troppi errori di presunzione

La vittoria del no al referendum è frutto della supponenza dell'ex-premier, che ha irritato soprattutto i giovani e i diseredati

Ho molto esitato prima di aggiungere qualche considerazione al mare di commenti al NO referendario. Mi sono alla fine convinto che l’esito delle votazioni dipenda in misura determinante da errori che hanno a che vedere più con la psicologia che con la politica. Ed è di questi che vorrei parlarvi.

In ordine di tempo, il primo errore è stato quello di ritenere che un tema astruso come la riforma della Costituzione sui temi delle prerogative del Senato e dei rapporti Stato-regioni fosse adatto a un quesito referendario. È stato un grande errore di presunzione: Renzi e i suoi erano convinti di riuscire a spiegare l’algebra a un popolo che inciampa sulle tabelline. Le interviste “stradali” raccolte in Italia, da destra e da sinistra, in epoche non sospette, hanno mostrato ciò che ci si doveva aspettare: una quasi totale ignoranza dei suddetti problemi. Nella stragrande maggioranza dei casi si chiedeva di cambiare un oggetto misterioso che nessuno conosceva.

Pochi hanno votato no alla riforma.

In compenso tutta la protesta e tutta l’opposizione di destra e di sinistra ha votato no a Renzi.
Un secondo errore, sempre di presunzione, è stato quello di unificare in un solo quesito temi assolutamente diversi: illustri costituzionalisti hanno persino avanzato dubbi sulla legalità di un simile accorpamento. Renzi si è opposto allo spacchettamento, convinto evidentemente di vincere su tutti i fronti. È sceso in campo con la prosopopea di una squadra di coppa che pensa di passare il turno vincendo quattro a zero. Fossero stati quattro i quesiti referendari, come avvenuto in precedenti votazioni, Renzi avrebbe potuto riportare vittorie o sconfitte parziali. Sarebbe probabilmente passata l’abolizione del CNEL e forse anche, se ben congegnato, un secondo quesito sulla riduzione di senatori. Un pareggio, o una sconfitta onorevole non lo avrebbe costretto all’obbligo morale delle dimissioni e alla conseguente crisi di governo.

Il terzo errore, figlio dei primi due, è stato quello di sopravvalutare il proprio gradimento. Renzi, in quanto giovane, si è illuso di piacere ai giovani, e ha badato soprattutto a conquistare, attraverso il massiccio uso del mezzo televisivo, il pubblico degli anziani. Col risultato che i giovani, che non guardano la TV e anzi prendono le distanze dai decotti miti televisivi, si sono sentiti trascurati e in massa gli hanno votato contro.

Ultimo, ma non meno grave errore psicologico l’ottimismo, che ha irritato tutti quanti vecchi o giovani si dibattono con problemi di sopravvivenza. A tutti costoro, che stentano a soddisfare i bisogni primari, deve aver dato molto fastidio sentire decantare ogni giorno da Renzi i progressi economici, l’uscita dal tunnel, lo zero virgola di occupati in più, lo zero virgola di debito pubblico in meno. Quanto più apprezzato sarebbe stato un sincero rincrescimento per non essere riuscito a incidere maggiormente sulle condizioni dei meno fortunati!

«Non credevo che mi odiassero tanto», si è lasciato scappare l’indomani della sconfitta, dimenticandosi di avere ripetuto per mesi e mesi che si votava non su di lui ma sulla riforma della costituzione. In realtà si è votato su di lui, e ha votato per lui il 40% degli italiani. Paradossalmente: dopo tutti questi errori non credevo che lo amassero tanto.

Paolo Occhipinti

Giornalista, ex direttore editoriale di Rcs, ex direttore del settimanale Oggi

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