Rabbia, insulti e aggressione: è l’altra faccia della depressione

L’insopportabile tracotanza ormai dilagante dissimula l’intima debolezza di una società sull’orlo di una crisi di nervi

Abbiamo tutti negli occhi lo spettacolo dell’assemblea del PD recentemente consumatasi. Certo, abbiamo assistito in passato a ben altre scissioni gravide di eventi che contrapponevano ragioni ideologiche forti e profonde, ma difficilmente avevamo visto tanto livore personale, che supplisce all’assenza di motivi seri, almeno agli occhi di un osservatore esterno.
La stessa aggressività, la stessa violenza sembra pervadere le manifestazioni della società odierna, per non parlare dei social, che offrono una voce amplificata ai sentimenti più meschini e al fondo oscuro di ciascuno di noi, là dove finora venivano confinati le pulsioni moralmente inaccettabili.
Quella che mi sembra di cogliere è una rabbia diffusa, una rabbia ”liquida”, volendo usare un aggettivo caro a Zygmunt Bauman.

Come psicoterapeuta non posso ignorare che la rabbia è l’altra faccia della depressione, quindi forse sarebbe più corretto parlare di depressione strisciante, depressione “liquida”.

Ce n’è ben donde. Crisi economica, disoccupazione, giovanile e non, incertezza del futuro, migrazioni epocali e soprattutto una situazione stagnante, la netta impressione di una classe politica incapace di affrontare le trasformazioni in atto, in parte incerta, in parte ferma al rimpianto nostalgico di un passato che non passa, ma che non può tornare.
Viene in mente la famosa battuta di Woody Allen: «Marx è morto e io mi sento poco bene». Ma il grande vecchio riderebbe dei suoi nostalgici, lui che voleva essere profeta del futuro.

In un panorama politico desolante si fronteggiano sessantenni, e passa, prigionieri del rimpianto dei loro anni ruggenti, i quali non hanno saputo allevare figli degni cui passare il testimone, e giovani vittime della propria intransigenza presuntuosa, capaci solo di dire No.
La rabbia, contro il governo, i politici, contro i mitici “poteri forti”, i ricchi, i burocrati, le banche, i sindacati, i padroni, i magistrati, gli evasori, i giornalisti, i medici, i migranti… giù giù fino ai condomini, è oggi l’antidepressivo più potente ed efficace.

Ho imparato dai miei pazienti che in alcuni casi l’aggressività è il collante che tiene insieme la persona, un abito che ha finito per conferirle identità. Impossibile toglierlo: sotto il vestito niente.
Forse sta qui una possibile spiegazione della violenza verbale dilagante nei rapporti personali e soprattutto sui social, immensa cloaca anonima nella quale riversare i liquami della psiche.
Ciò che si presenta come insopportabile tracotanza è invece dissimulazione di intima debolezza, una gigantesca operazione di difesa di una intera società fragile sull’orlo di una crisi di nervi generale.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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