Quello di Lodi non è solo un panino: deve diventare un macigno

La cinica esclusione dei bambini stranieri dalla mensa scolastica è una pietra miliare da cui può partire una nuova strada verso l’inclusione sociale

Da qualche settimana la vicenda che riguarda l’accesso alla mensa scolastica e al servizio scuolabus del Comune di Lodi è passata da un’eco locale a un fatto di risonanza nazionale. I bambini stranieri, secondo l’applicazione di una normativa voluta dalla Sindaca leghista, non potevano accedere a questi servizi perché veniva loro richiesta la presentazione di documenti e certificazioni, tradotti peraltro a spese delle famiglie, che avrebbero dovuto essere rilasciati dai Paesi di origine, impresa a dir poco difficilissima. I bambini stranieri sarebbero pertanto stati costretti a mangiare un panino in classe, diversamente dai compagni italiani.
Dalla polemica politica è scaturita un’imponente mobilitazione seguita da raccolta fondi per aiutare le famiglie straniere a far accedere i figli alla mensa.

Sul versante opposto, molti commenti sui social recitavano «Embeh? Ma che male c’è a mangiare un panino con gli amici in classe?».
Questo commento per un attimo mi ha sedotta e mi sono domandata davvero se non si facesse una questione di stato di un problema non poi così grave rispetto ad altre vicende. 

E se fosse davvero solo un panino e non una questione politica?

Ho messo da parte le mie esigenze di economia cognitiva e ho iniziato a riflettere sui bambini con cui lavoro. Incontro da molti anni bambini di varie età, prima nelle scuole, poi in un reparto oncologico, ma anche nel mio studio privato a Milano. Utenze diverse per esigenze, estrazione sociale, provenienza, situazione familiare, stato di salute.

Centinaia di faccette scorrono nella mia mente alla ricerca di un comune denominatore: tutti i bambini si illuminano, il volto disteso in un sorriso e quel battere di palpebre accentuato e rilassato che fanno quando si sentono compresi, ogni volta che, nel portarmi i loro problemi, restituisco loro «Tu vuoi soltanto essere come gli altri». Ecco cosa accomuna i bambini: sono disposti a dormire da soli, a diventare autonomi, a impegnarsi a scuola, a lavorare in psicoterapia sulle loro paure, per sentirsi normali, come tutti gli altri.
Mai un bambino mi ha risposto che mi sbaglio.

Il bisogno di appartenenza è uno dei bisogni principali,

quelli della piramide di Maslow per intenderci. Riguarda l’esigenza di amare e sentirsi amati, appartenere a un gruppo e cooperare. In natura, il branco è fondamentale per sentirsi protetti e sopravvivere, e avere un ruolo nel branco è indispensabile per sentirsi riconosciuti. Soprattutto per i piccoli, che di cibo e di amore e di riconoscimento si nutrono per diventare adulti.

E allora: questo del panino in classe è davvero solo un problema di cosa e dove mangio?
Il cibo è un veicolo di altri significati ben più profondi per un bambino: è l’impegno, è l’amore che un adulto mette nel nutrire un cucciolo. La condivisione del cibo ha un significato relazionale enorme, nei branchi di animali c’è un ordine gerarchico in cui si mangia.
No, non è solo un panino in classe.
È l’idea negativa su di sé, «Io non sono come gli altri», che si insinua nella mente di un bambino. È l’impotenza, perché anche se ti sforzi per essere bravo, non sei come gli altri.
È l’idea che le regole che la società in cui stai crescendo ti propone non sono finalizzate all’armonia, alla convivenza pacifica, alle opportunità uguali per tutti. 

Non è solo un panino.
A livello pedagogico si fa un gran parlare di inclusione, ma è stata questione sempre un po’ relegata al cassetto di insegnanti e dirigenti: per la prima volta questa notizia ha sollecitato azioni collettive di un’enorme portata. Sì è parlato di un punto di partenza per la rinascita della sinistra italiana al di fuori della politica.
Le parole dei bimbi di Lodi hanno toccato, credo, come un trigger – si dice in gergo psicologico – dei ricordi antichi in moltissimi adulti, hanno coinvolto direttamente quella categoria bambina ed emotiva che veniva scelta per ultima quando si facevano le squadre, che è stata presa in giro perché troppo alta, bassa, magra, grassa, per il taglio di capelli, per il cognome.
Ho letto commenti di genitori di bambini disabili o bisognosi, arrabbiati o rattristati per non essersi sentiti altrettanto sostenuti nella loro personale battaglia; anche per questi genitori, la voce di questi bambini dovrebbe diventare la voce di tutti i bambini, a rivendicare un modello inclusivo che si estenda e alimenti il dibattito pedagogico in quanto dovere sociale che riguarda tutti. 

Occorre un’inversione della rotta del «Se a me no, allora neanche a te», che rischia di disgregare la società in una guerra tra poveri. Occorre che di fronte alla paura di quei bambini stranieri, paura di essere trattati come diversi, di essere allontanati dalla loro classe, raccogliamo con amore l’invito a difendere i bambini che siamo stati, i bambini che abbiamo adesso e quelli che cresceranno e saranno il mondo di domani. 

Elisa Accornero

Psicologa psicoterapeuta, si occupa di età evolutiva, genitorialità, trattamento dei traumi e psico oncologia.

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