Quante emozioni ha il mio cane: ma sono sue o mie?

Si spende troppo per cani e gatti. Ma siamo sicuri di spenderli per loro e non per noi stessi?

Durante una seduta, Luisa, 55 anni, vedova con due figlie, con alle spalle una vita costellata di perdite traumatiche, timorosa nelle relazioni con estranei e ansiosa quando deve allontanarsi da casa, mi stava dicendo che era in crisi perché non sapeva cosa decidere di fronte alla proposta della figlia di portarla quattro giorni al mare.
Il suo problema è separarsi dal cagnolino. Offrendosi di accompagnarla, la figlia ha come “tirato fuori” la parte piccola e bisognosa di Luisa: quella parte fragile, dipendente e incapace a farcela da sola, che tiene a bada e controlla accudendo l’animale.
Nel corso del colloquio, mentre stava per negare le paure assumendo un tono duro come per dire «ma insomma queste figlie cosa vogliono da me, non mi va di andare e basta!», scoppia in pianto e con voce rotta dice «Loro non capiscono che il mio cane non è soltanto un cane… lui mi guarda con quegli occhi… e mentre tutti se ne vanno è l’unico che non mi lascia mai».

Il presupposto, dunque, è che un animale non è solo quell’animale ma anche un oggetto di proiezione, in cui possono vivere e mostrarsi parti di noi stessi che forse, se ri-conosciute e accolte, potrebbero essere riparate e rafforzate.

«Non ti preoccupare, ci sono io!»
Quanto vale un cane che insegna a consolare?

Giovanni è figlio di emigranti e dalla nascita fino a dieci anni resta in custodia ai parenti al sud, prima di ricongiungersi ai suoi genitori e fratelli al nord. Diventa grande dentro la trattoria di famiglia, come fosse la pancia ritrovata e da non lasciare più. Esce soltanto quando si innamora e si sposa, ma ben presto la moglie a bruciapelo gli confessa di aspettare un figlio da un altro uomo e lo lascia. Di nuovo abbandonato, sente di non farcela, di perdere tutto, è smarrito, disperato. Rimane solo con il border collie. Per giorni e giorni torna a casa e piange a dirotto perché si sente morire, più nulla ha senso per lui.

Succede però che ogni volta che Giovanni piange il cane gli salta addosso, lo lecca ossessivamente e guaisce finché non smette di singhiozzare. E così, lasciandosi consolare dall’animale, pian piano smette davvero di soffrire. È stupito ed emozionato da quel comportamento esagitato che vive come altruista e affettuoso, e nel suo abisso di solitudine si fa spazio una presenza calda che lo fa sentire pensato, abbracciato, capito, insieme a qualcuno che soffre con lui, tiene a lui. Al punto che per accedere ancora al piacere di quella tenerezza, scopre di poter esercitare una specie di magia recitando la parte del disperato che piange. Piange dunque per finta aspettando che il cane gli venga addosso per poi tranquillizzarlo dicendo «Ma dai! Sto scherzando!» e a quel punto entra l’allegria e il gioco liberatorio fra i due.

Disperandosi, il cane ha come preso su di sé parti abbandonate e Giovanni ha potuto avvicinarsi a esse e consolarle fino a ritrovare il sorriso, riparando così almeno un po’ le ferite del suo legame strappato.

È bene fare attenzione alle emozioni che percepiamo nel cane o nel gatto, nel criceto o l’uccellino. Ad esempio, se li sentiamo attaccati come se non potessero sopportare la minima mancanza o reggere distacchi; oppure, se sentiamo il disagio di non riuscire a stabilire un contatto, una comunicazione e magari continuiamo a sgridare; o se l’animale mostra diffidenza e paura privandoci del piacere dell’abbandono fiducioso, della tenerezza, del contatto fisico.

In casi come questi proviamo a domandarci: «Stiamo parlando dell’animale o sto parlando di me?»
Conviene osservarsi nella relazione con l’animale, potremmo scoprire aspetti di noi stessi capaci di arricchirci, reintegrando parti bisognose rimaste inascoltate e nascoste.

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Lisetta Sorrentino

Psicologa e psicoterapeuta, autrice di programmi e testi di divulgazione psicologica, consulente per la comunicazione di note Istituzioni pubbliche e private.

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