Può diventare un pericolo mortale il mito dell’amore immortale

All’origine dei femminicidi c’è spesso l’illusione di un rapporto fusionale: un corpo e un’anima soli. La fine della relazione viene allora vissuta come un’amputazione, un delitto da espiare con la morte

«Noi siamo una cosa sola». Capita di sentire pronunciare queste parole da uomini o donne innamorati.
Comunemente vengono percepite come espressione di profonda sintonia emotiva, di un sentimento forte, e possono commuovere l’ascoltatore. Tuttavia, qualora non siano il semplice risultato di un entusiasmo amoroso, ma siano prese alla lettera da chi le pronuncia, alle mie orecchie suonano pericolose.

Presuppongono infatti la caduta di ogni confine tra due persone che vengono a comporre un nuovo essere, nato dalla fusione delle rispettive individualità, un essere che sembra evocare l’ermafrodito di platonica memoria.
Secondo il mito narrato dal commediografo Aristofane nel Simposio di Platone, in origine la terra era popolata da uomini, donne ed ermafroditi, individui dotati di attributi sia maschili sia femminili. Tutti questi esseri erano doppi, mostruosi, ma perfetti nella loro completezza. Tanto completi e perfetti da pensarsi autosufficienti e peccare di arroganza nei confronti degli dei. Zeus, sdegnato da tanta hybris, li avrebbe tagliati in due: da quel momento le metà mutilate hanno iniziato a cercarsi reciprocamente al fine di ricreare l’unità primigenia e non solo riunire i due corpi, ma formare di due anime un’anima sola. E mentre uomini e donne ricercavano il proprio simile, l’ermafrodito dava origine alla coppia eterosessuale.

Il mito ha permeato abbondantemente la cultura occidentale, declinato in vari modi fino alla versione popolare della “anima gemella”. Del resto, tutti noi, attraverso il rito matrimoniale, abbiamo coltivato per secoli l’idea del vincolo indissolubile e eterno: «finché morte non li separi».

L’antica amputazione inferta da Zeus sarebbe responsabile del desiderio amoroso, mai completamente appagato, in quanto la fusione completa non è più possibile.

Perdura tuttavia in molti amanti l’illusione che possibile sia, e questa è un’illusione pericolosa. Così, quando uno dei membri della coppia tronca la relazione, l’altro non si rassegna, o meglio non ci crede, e incomincia a perseguitare l’ex, nel vano tentativo di riportarlo a sé.

Penso che questo modo di vivere il rapporto sia all’origine di molti delitti che, con brutto neologismo, si sogliono chiamare femminicidi. Certo, ci sono la ferita narcisistica del maschio, la violenza predatoria di chi considera la donna un suo possesso, l’incapacità di sopportare la frustrazione, tutte cose di cui si è ampiamente discusso, ma, a mio parere, c’è anche qualcosa di più profondo, che impedisce a chi commette il delitto di provare pietà o senso di colpa.
C’è l’idea che la donna, allontanandosi, attenti alla vita di quel nuovo essere eccezionale al quale i due amanti, insieme, hanno dato realtà, e si sia resa colpevole di un delitto espiabile solo con la morte, avendo impugnato il coltello di Zeus.

Talvolta il femminicidio si completa con un suicidio, a conferma che la parte che si percepisce mutilata non può sopravvivere. Potremmo chiederci perché difficilmente la donna abbandonata si comporti nello stesso modo violento e reagisca piuttosto con la depressione. Ma la depressione non è che l’altra faccia dell’aggressività, un’aggressività rivolta verso l’interno, che si riflette sul soggetto, invece che proiettarsi all’esterno. Inoltre la donna ha un grande vantaggio: avendo la prerogativa di dare la vita, può, come madre, sperimentare davvero l’unione completa con un essere che è parte del suo stesso corpo.

Riflettere sul mito e sulle sue conseguenze forse ci può mettere in guardia nei confronti della ricerca dell’unione perfetta: troppa perfezione fa male, meglio una realistica accettazione dei limiti di un rapporto imperfetto, in cui i due partners abbiano consapevolezza di essere chiusi dentro la propria pelle e di incontrarsi (e scontrarsi) in uno spazio privato creato dal loro amore, mantenendo ciascuno la propria individualità e il proprio mistero.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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