Psicopatologia delle professioni: dimmi che lavoro fai e ti dirò chi sei

Tra le categorie che sviluppano più spesso disturbi della personalità figurano gli avvocati, i chirurghi e i giornalisti: vedremo perché

«Che cosa vuoi fare da grande?». Ce lo chiedono quando siamo bambini e continuiamo poi a chiedercelo noi stessi per anni, anche quando dovremmo essere maturi abbastanza per rispondere. Che sia sognato, perso, cercato o odiato, il lavoro è sempre in qualche modo al centro della nostra vita e incarna molti dei nostri desideri talvolta consapevoli, più spesso inconfessabili.

«Scegli un lavoro che ami: non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua» intimava Confucio, ma in tempi in cui il lavoro è diventato merce rara, in molti si accontenterebbero di averne uno qualsiasi. A che prezzo però? Se tutto va bene trascorriamo lavorando gran parte della nostra vita da svegli – circa 30 anni in media un lavoratore italiano – e se quello che facciamo non ci piace, quest’insoddisfazione, se non affrontata, può compromettere la qualità della nostra esistenza. C’è chi cerca allora rifugio nella famiglia, chi si consola spendendo i frutti delle proprie fatiche, chi investendo tempo e risorse in un hobby con la speranza di trasformarlo prima o poi in un’occupazione remunerativa.

Già Freud un secolo fa aveva intuito come il lavoro fosse non solo costrizione, ma anche fonte di soddisfazione, perché in grado di catalizzare pulsioni represse attraverso il meccanismo di difesa della sublimazione, che permette di sostituire l’oggetto originario di gratificazione (ad esempio un istinto aggressivo) con un obiettivo professionale socialmente più accettabile. Il lavoro rappresenta in questa visione un compromesso tra i desideri inespressi dell’individuo e le richieste della realtà, e diventa tanto più soddisfacente quanto più riesce a bilanciare queste due esigenze.

Il lavoro permette all’individuo di esprimere la propria identità, rivelando indizi sulla sua personalità, sui suoi bisogni, sulle sue aspirazioni e talvolta anche sulle sue ferite più profonde.

Come accade ad esempio all’interno di famiglie problematiche e disfunzionali, in cui il membro sano della famiglia intraprende carriere fuori dal comune o che lo portano lontano solo per prendere le distanze dal nucleo familiare malato.

Qualche volta il lavoro svolto può addirittura essere la spia di condotte psicopatologiche. La pensa così lo psicologo Kevin Dutton, dell’Università di Oxford, che ha stilato la top ten dei mestieri che attirano persone con disturbi della personalità. Secondo Dutton i tratti della personalità che di solito sono legati a una diagnosi di psicopatia si ritrovano più spesso in alcune categorie professionali, ad esempio tra gli avvocati, i chirurghi e i giornalisti. Tratti caratteriali di per sé non patologici – come ad esempio l’essere senza pietà o senza paura – che però, quando si cresce in ambienti sbagliati o esposti a traumi e brutte esperienze, possono favorire l’insorgere di un disturbo.

Per qualcuno, invece, il lavoro diventa una vera e propria droga per soddisfare bisogni emotivi e proteggersi da un malessere psichico a cui non si vuole dare ascolto. Tutto bene allora dal lunedì al venerdì, ma quella quota di angoscia che durante la settimana riesce a restare legata alle occupazioni e ai problemi quotidiani si libera implacabilmente durante il week-end, originando la cosiddetta “nevrosi della domenica”, fatta di ansie e striscianti malesseri psicosomatici.

Il lavoro dice insomma molto di noi. Gli studi psicologici sul benessere lavorativo confermano che il lavoro che fa per noi rispecchia, più che le nostre ambizioni, il nostro carattere. Ciascuno di noi ha attitudini particolari, tratti che delineano la personalità, e il lavoro più adatto è quello capace di mettere a frutto queste peculiarità. La soddisfazione professionale e i risultati ottenuti tendono a essere in questo modo fortemente influenzati da quanto la nostra personalità si concilia con l’ambiente nel quale lavoriamo perché è più probabile fare bene una professione nella quale stiamo bene psicologicamente.

Decenni di ricerche condotte nell’ambito dell’orientamento professionale mostrano ormai in modo univoco come gli individui che esercitano la stessa attività abbiano personalità affini, che tendono a tradursi anche in atteggiamenti e comportamenti simili.

Fuori da stereotipi e luoghi comuni possiamo quindi affermare che le persone che svolgono lo stesso lavoro, essendo accomunate da alcune caratteristiche di personalità, siano portate in qualche modo a somigliarsi. Medici, giornalisti, chef, psicologi: cosa li contraddistingue? Unire i puntini dietro ogni categoria professionale sarà la sfida semiseria di FuoriTestata nei prossimi mesi, alla ricerca dei vizi e delle manie che fanno di ogni lavoro lo specchio segreto della nostra personalità.

Luisa Piroddi

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *