Provate la cilicioterapia: vi garantisce una buona dose di sofferenza

La scena del cilicio. Dal film "Il Codice da Vinci"
Riceviamo dal professor Joaquin Otuvas della "Libre Universidad de Salamanca" questo contributo che volentieri pubblichiamo

Nella mia lunga esperienza di psicoterapeuta mi è capitato di incontrare uomini e in maggior numero donne che sembrano organizzare di proposito la propria vita al fine di sperimentare situazioni di sofferenza, come se dovessero espiare una colpa.

Sono persone generalmente intelligenti, colte, talora ricche, spesso realizzate professionalmente. Eppure si lasciano avvilire in rapporti affettivi ansiogeni, dolorosi, umilianti, con individui narcisisti, volgari, egoisti, in una parola amanti indegni. Sono bensì capaci di acute analisi della loro perversione e assolutamente disincantate nei confronti del partner, ma non sanno e non vogliono veramente liberarsi di ciò che le tortura: in preda a voluptas dolendi, consumano fino in fondo la loro degradazione.

Forse a non permettere di rinunciare al dolore è il bisogno di emozioni, se necessario anche negative, pur di esorcizzare il vero nemico, lo scorrere del tempo.

Checché ne dicano quei filosofi antichi che teorizzavano il piacere come imperturbabilità dello spirito ottenuta mediante il sottrarsi alle passioni e la soppressione del desiderio, l’uomo moderno sembra rifuggire soprattutto dalla serenità immobile, dall’assenza di turbamento. Del resto, nonostante tanta psicologia e tanta psicanalisi, tanta letteratura e tanta arte, l’intreccio di piacere e dolore risulta ancora in larga parte misterioso.

Perché allora non assecondare l’esigenza di espiazione, sostituendo alle pillole, che cercano di lenirla negandola, una reale sofferenza fisica che liberi dal senso di colpa che deriva dalla percezione della propria inadeguatezza? Suggerisco la “cilicio terapia“, un programma che prevede l’uso aggiornato di uno strumento di penitenza di medioevale memoria, da indossare per un tempo e secondo una frequenza determinati, variabili da caso a caso e modificabili in rapporto all’andamento della cura.

Assunta la dose quotidiana di sofferenza, ci si può ritenere soddisfatti e godere del resto della giornata. Lo scambio sembra vantaggioso: la punizione diventa viatico per concedersi a un piacere tranquillo.

Possiamo immaginare un indumento in versione cintura o giarrettiera presentato in elegante confezione, magari firmato da artigiani creativi, preferibilmente meridionali, più idonei alla sua realizzazione in quanto interpreti di una dimensione culturale mediterranea in cui miti punitivi di metamorfosi convivono con il valore catartico della tragedia e l’erotizzazione del sacro.

Alla nostra fantasia l’invenzione di altri strumenti con analoghe finalità.

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Joaquin Otuvas

Psicologo e psicoterapeuta. Professore "Libre Universidad de Salamanca".(traduzioni dallo spagnolo a cura di Carlo Perez )

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