Politici senza figli? Prima facevano paura, adesso li vogliono tutti

Vanno di moda i "childless leaders" come la Merkel, la May, Gentiloni e Macron, meno attaccabili, se non altro, dalla piaga del nepotismo

Cos’hanno in comune Angela Merkel, Theresa May, Paolo Gentiloni ed Emmanuel Macron? Oltre a essere i leader dei quattro paesi europei appartenenti al G7, condividono una caratteristica molto più personale che con la politica dovrebbe avere poco a che fare: sono tutti senza figli.

In realtà avere figli è considerato per un politico un valore positivo e non averne, specie se sei una donna al potere, può diventare un punto debole che ti sarà rinfacciato dai tuoi avversari. È successo ad esempio a Theresa May: nel corso delle primarie del Partito Conservatore fu attaccata da un’altra candidata Tory, che sosteneva la propria superiorità politica affermando candidamente: «Io sento che se sei mamma hai davvero a cuore il futuro della tua nazione». La futura premier inglese si sentì così costretta ad ammettere il proprio rincrescimento per la mancata maternità. Anche la cancelliera tedesca, che ha sempre dichiarato di non essersi mai pentita di non aver avuto figli, fu per questo additata in campagna elettorale da una leader dell’opposizione come politicamente poco affidabile: «Io ho quattro figli e la Merkel non ne ha. I bambini aiutano la gente a vedere oltre la propria vita e questo è esattamente ciò che la Merkel non fa». Stesso destino anche per la premier scozzese Nicola Sturgeon, che ha deciso di raccontare il proprio dramma di un aborto a 40 anni, per invitare al rispetto su argomenti intimi troppo spesso terreno di speculazioni e battaglie ideologiche.

Nonostante queste contestazioni l’ondata dei childless leaders sembra ormai inarrestabile e si estende anche alla Svezia, all’Olanda e al Lussemburgo: tutti governati da uomini senza figli. La stampa europea ha iniziato così a studiare il fenomeno, ponendo preoccupanti interrogativi sull’avvenire stesso del vecchio continente. Il mondo intellettuale cattolico è, neanche a dirlo, il più preoccupato: se mettere al mondo dei figli significa rinnovare il capitale sociale, non farne significa non investire sul futuro, e porta come risultato a un’Europa sterile. La visione cattolica, orientata alla procreazione, valuta l’essere umano come generativo e portatore di un’eredità solo in termini biologici. Il padre di famiglia è un politico migliore perché si preoccupa di un tempo che non sarà più suo, ma della sua discendenza. Eppure nessuno si chiede se il Santo Padre, che di figli suoi non ne ha, abbia per questo meno a cuore il futuro della Chiesa e del suo gregge. Né si dubita che un sacerdote, animato dalla fede e da elevati valori, possa, pur senza prole, essere un’ottima guida spirituale.

Non è però tutta colpa della morale cattolica. Di tutte le capacità umane quella di mettere al mondo dei figli è probabilmente la più aperta all’onnipotenza. Dare la vita è pensare a se stessi in un tempo altrimenti irraggiungibile, e alimenta un’illusione di quasi-immortalità. Diventare genitori sovverte abitudini e priorità, ciò che prima era importante ora non lo è più, o almeno non altrettanto.

Ma se per un genitore il proprio figlio è la preoccupazione principale, un genitore capo di governo avrà come primo pensiero i propri figli o i cittadini?

Un padre di famiglia può essere anche un padre della patria o il popolo non sarà relegato al secondo posto quando il suo governante è un genitore? Pochi probabilmente di fronte a una scelta avrebbero la stessa tempra di Caterina Sforza, che durante l’assedio di Forlì si rifiutò di abbandonare il suo popolo e, al nemico che le intimava di arrendersi pena la morte dei suoi figli, rispose che in fondo la natura le aveva dato lo stampo per metterne al mondo altri.

Senza spingersi a dilemmi morali estremi, possiamo ipotizzare che i politici childless siano meno attaccabili dalla piaga – non solo italiana – del nepotismo. Motivo in più per escludere che i leader con famiglia siano politicamente più affidabili e meglio orientati al futuro della propria nazione. Per secoli questa falsa convinzione ha garantito lo status quo maschilista in cui gli uomini facevano figli e gestivano il potere, mentre le donne facevano figli e gestivano solo la famiglia.

Un leader capace e visionario sa farsi carico dei bisogni dei suoi cittadini come ciò che ha di più caro e sacro, non ammette altra priorità che non sia il bene del suo paese e se è guidato da ideali e valori universali, che abbia figli o meno è irrilevante. Ricordiamocelo anche la prossima volta che ci troveremo alle urne. Eviteremo così di votare per qualcuno che pensa che filmare i primi passi di suo figlio sia più importante che partecipare a una conferenza sul clima.

Luisa Piroddi

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

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