Persino il panettone dimostra che siamo tutti ammalati di rabbia

Un arrogante spot natalizio ha funzionato facendo leva sulla collera, emozione dominante dei nostri anni

Può una pubblicità spiegare la Brexit, il No italiano al Referendum Costituzionale e l’ascesa dell’estrema destra europea? Se pensiamo agli spot che ci hanno bombardati durante l’ultimo periodo natalizio, tra immagini di riunioni familiari, bambini sorridenti e caminetti accesi, uno su tutti si è distinto, infrangendo la regola dei buoni sentimenti per esaltare le qualità del proprio prodotto: «Per il nostro panettone avremmo potuto usare tofu tritato, papaya, seitan, alga essiccata… e invece no!». Uno slogan che ha fatto infuriare la comunità veg, moltiplicando il divertimento del resto del mondo onnivoro che durante l’anno si sente dare dell’assassino per le proprie scelte alimentari. Uno spot arrogante, ma che ha funzionato proprio facendo leva sull’emozione dominante dei nostri anni, sulla cui onda si muovono gran parte degli attuali sconvolgimenti politici nazionali ed esteri: la rabbia.

Viviamo in un’età della rabbia, come l’ha definita lo scrittore indiano Pankaj Mishra, che nel suo Age of Anger: A History of the Present evidenzia come i fenomeni sociali dell’ultimo periodo, pur essendo riconducibili, è vero, a molteplici cause locali, appaiono anche chiaramente accomunati dall’enorme rabbia repressa dei protagonisti. La difficoltà di analisti e intellettuali contemporanei a riconoscere in questo risentimento collettivo il motore dei movimenti che scuotono il mondo occidentale è frutto di un modo del tutto irrealistico di guardare all’uomo come un essere razionale e dotato di buon senso, un homo oeconomicus che prende decisioni in modo ponderato, informandosi e valutando attentamente tutti i fattori in gioco. Così per spiegare la scalata di Donald Trump o il trionfo del Movimento 5 Stelle, da una parte all’altra dell’oceano, si tira in ballo l’ignoranza e la poca istruzione degli elettori, con l’impressione però che manchi sempre un passaggio. Se l’economia diventa la lente attraverso cui comprendere il mondo, allora ciò che conta è solo ciò che può essere contato, e dato che le emozioni soggettive non possono essere contabilizzate, finiscono col rimanere sempre fuori dal totale.

Eppure la storia, una rivoluzione dopo l’altra, ci ha ampiamente dimostrato come

sentimenti e stati d’animo siano in grado di cambiare il mondo trasformandosi in potenti forze politiche.

Paura e senso di umiliazione sono stati i principali moventi della politica espansionistica della Germania agli inizi del XX secolo, rabbia e aspettative deluse hanno condotto al collasso dell’alternativa socialista, mentre speranza e ottimismo hanno accompagnato la visione utopica del capitalismo liberale portatore di prosperità e democrazia, seguita alla caduta del muro di Berlino.

E in parte questo sogno si è realizzato: godiamo di maggiori libertà, abbiamo accesso a molte più informazioni e siamo in grado di connetterci più velocemente rispetto al passato. C’è voluto poco tempo però, per capire che la ricchezza prodotta dalla nuova economia non era al servizio dei cittadini, ma di un mercato globale dedito al consumo senza fine, e solo da poco abbiamo scoperto come la grande disponibilità di informazioni della rete di per sé non ci renda affatto più istruiti.

Ciò che la società dice all’uomo di oggi è che ha il pieno diritto a ottenere ciò che gli spetta, avendo anche più possibilità di un tempo per realizzarsi, tralasciando però di nominare le enormi disparità in termini di potere e di status che continuano a perdurare. Insomma se ci credi veramente ce la fai; se non ci riesci, nonostante tutte le possibilità che il mondo ti offre, è solo colpa tua. Tanta di questa rabbia contemporanea viene da qui, dal senso di fallimento e dall’impressione di essere stati raggirati, perché è vero che siamo più liberi, ma non siamo affatto più eguali. L’elezione di leader forti e autoritari ha origine nel senso d’impotenza di milioni di uomini liberi, ma così disperati da mettere la propria libertà in mano a qualcuno che prometta di pareggiare finalmente ingiustizie e diseguaglianze.
Se i politici e i pubblicitari hanno capito che la via più breve per arrivare alle persone è parlare alle loro pance – secondo la psicosomatica il principale serbatoio del nostro risentimento – allora dobbiamo ammettere come gli eventi di quest’epoca della rabbia rendano necessario un linguaggio diverso, in grado di integrare la sfera delle emozioni anche in quel mercato globale dove sembrano non essere mai esistite.

Luisa Piroddi

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

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