Perché tanti cani in città? Astenersi da risposte bestiali

È un tema che scatena pulsioni irrazionali e sterili estremismi: il dialogo è possibile solo se si vive la diversità (di opinione) come una ricchezza

«Perché ci sono così tanti cani a Milano?». Parte così una discussione in riunione di redazione, in cui i ruoli si capovolgono, gli estremi si polarizzano, le certezze vacillano e la razionalità sembra sparire. Improvvisamente solidi professionisti, uomini e donne di cultura e di saggezza comprovata, stentano a mantenere la calma e prendono posizioni da stadio.

I cani, da un lato «puzzano, sporcano, danno fastidio, abbaiano, girano indisturbati spesso senza guinzaglio e museruola anche nelle città mettendo quel naso ovunque, chissà in quali sporcizie, costano tanti soldi che non vengono quindi impiegati in progetti migliori». I cani, dall’altro lato, «sono da sempre considerati i migliori e più fedeli amici dell’uomo, mostrano qualità sociali che nessun’altra specie animale ha mai mostrato, sanno entrare in empatia col loro umano di riferimento in un modo unico, tanto da essere, per qualcuno, addirittura migliori degli esseri umani».

Tra questi due estremi non c’è mediazione.

Le estremizzazioni, le polarizzazioni (sempre più frequenti nella nostra società piena di informazione e scarsa di comunicazione) di fatto impediscono il dialogo.

Perché partono da convinzioni radicate e profonde, che poco hanno a che fare con la razionalità. Anzi, quando a quelle convinzioni si cerca di mettere una veste razionale, quelle rischiano di trasformarsi in dogmi. Se parliamo di cani partendo da tali posizioni (ma potremmo parlare di vaccini, di immigrati, o di calcio), rischiamo solo di trovarci in un esercizio dialettico a dir poco sterile.

Questo è il rischio che si corre a parlare di cani. Perché, per chi vive i cani come un fastidio, è inspiegabile la scelta di voler vivere con un animale così impegnativo e poco pulito. Invece, per chi ama i cani e sceglie di ospitarne uno in casa, è inspiegabile come non si capisca il profondo legame che i cani (e solo loro tra gli animali) sanno creare con gli umani. Quelli a cui non piacciono i cani, non riescono a spiegarsi perché una persona scelga di dedicare le proprie risorse a un animale, piuttosto che occuparsi di un bambino o di una persona che ha bisogno. Chi ha avuto un cane rileva invece che la sua presenza ha risposto a bisogni di relazione che nulla ha a che fare con le relazioni umane, viaggia su altri canali.

Le posizioni estreme non sono limitate al confronto dialettico. Anzi, gli eccessi del quotidiano (da un lato e dall’altro) contribuiscono alla polarizzazione delle opinioni: i cani che sporcano (i proprietari che non puliscono) rendono impraticabili le strade. Strade insozzate sono vergognose e fanno arrabbiare. Non c’entra l’amore per gli animali, c’entra il senso civico e la scarsa attenzione alle regole. I proprietari che lasciano i loro cani liberi di camminare per strade cittadine senza guinzaglio non lo fanno per amore del proprio cane e della sua libertà, ma perché non rispettano chi ha paura o semplicemente non vuole essere avvicinato dagli animali. Non rispettano una regola di convivenza civile. Allo stesso modo, dall’altra parte, quelli che condannano senza appello e giudicano duramente, senza darsi la pena di conoscere o di chiedere, chi sceglie di condividere un pezzo della sua vita con un cane, mancano di rispetto all’altro. Come quelli che pensano (e dichiarano senza ombra di dubbio) che chi non ama i cani sia una persona orribile.

Riemerge la mancanza di accettazione e di tolleranza reciproca. Alla fine, il dialogo esiste solo se il punto di partenza non è in un dogma ma nella ricerca di comunicazione e comprensione, se il fine non è quello di giudicare, condannare, marcare la diversità, ma di cercare di comprenderla vivendola come una ricchezza.

Chiara Di Cristofaro

Giornalista economico - finanziaria, insieme alla comprensione dei numeri imprescindibile quella delle mente umana. Per la seconda laurea (e la seconda vita) punta sulla psicologia.

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