Per proteggere i nostri vecchi ogni tanto serve la scossa

Non di sole rassicurazioni hanno bisogno ma di un coinvolgimento emotivo che li aiuti a sentirsi vivi

Tempo fa ricevetti una telefonata da mia madre: «[Sospiro… sospiro soffocato]… Io qua e tu là… [sospiro profondo]… e già… così lontani… [mezzo sospiro]… io in Sicilia e tu a Milano… [sospiro trattenuto]… quando finirà?… [sospiro strozzato]… e già… tu là e io qua… [sospiro prolungato… sospiro forte… sospiro interrotto… forte… forte… forte…]»
Insomma, una telefonata di sospiri diversamente modulati che mi comunicò un’angoscia profonda. Non tanto, o non solo, per le parole dette, quanto per il tono spento, rassegnato della voce con cui erano state pronunciate.
Non potei fare a meno di pensarci tutto il giorno e la notte non ci dormii. Poi, la mattina, ebbi un’illuminazione. Afferrai il telefono, composi il numero: «Ciao, mamma. Ho una bella notizia. Mi sono comprata una moto potente – sai che la desideravo fin da ragazzo – e adesso me la godo a cento all’ora».
Un solo urlo: «Madonna mia, madonna mia… Mi vuoi far morire di paura… Ti proibisco!!!… Oh madre mia, madre mia…»
Era tornata quella di sempre: reattiva, pugnace, imperiosa. Le avevo regalato ansia e l’avevo guarita dal taedium vitae.

Questo ricordo personale mi offre molti spunti di riflessione. Noi tutti cerchiamo di proteggere i nostri grandi vecchi, specie se infermi o colpiti da qualche invalidità, da ogni preoccupazione che li possa turbare e anche da emozioni forti, che, pensiamo, possano alterare il loro fragile equilibrio psicofisico. Ma facciamo veramente il loro bene?

Nel momento in cui la vecchiaia avanzata produce un progressivo ritirarsi dalla vita sociale, la tendenza a ripiegarsi su se stessi e a rinchiudersi in un piccolo mondo privato che rinuncia a comunicare con l’esterno, e anche la sfera degli affetti sembra restringersi, perché assecondare la volontà di abbandono, l’attrazione verso il nulla? Di troppa protezione si può veramente morire, non fisicamente, ma certo emotivamente.
Una strategia efficace per contrastare la pulsione di morte che colpisce tante persone anziane forse è proprio quella di non trattarle come una specie in via di estinzione, ma di farle partecipi delle nostre vite, senza risparmiare loro coinvolgimento emotivo alle nostre vicende e anche alle nostre disavventure, sì, anche a quelle.

Il maggiore nemico dell’anziano è il vuoto, intorno a lui, ma ancor più dentro di lui

Se è evidente l’importanza di non abbandonarlo alla solitudine, non solo dedicandogli cure e assistenza, ma anche circondandolo di presenze amiche, ancor più importante è aiutarlo a riempire il vuoto interiore, che si allarga con il progressivo ritrarsi dell’interesse verso l’altro, l’inaridirsi degli affetti, ovvero lo spegnersi del palpito della vita, con il suo insieme magmatico di emozioni, ansie, gioie e afflizioni. Permettiamogli di condividere ciò che ci coinvolge e ciò che ci turba, ciò che ci rende felici e ciò che ci inquieta.

Queste considerazioni possono anche indurci a ripensare l’organizzazione dei servizi per gli anziani, troppo spesso concepiti come bolle ireniche, in cui gli echi del mondo di fuori giungono attutiti.

La serenità immemore e la pace assoluta appartengono solo agli dei o ai cadaveri. La vita degli esseri umani, al contrario, è un tessuto di emozioni. Dammele come vuoi, o come puoi, ma dammele.
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Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

1 Comment

  • “L’importante è che la morte mi colga vivo” Marcello Marchesi. Essenzialmente è questo il mio obiettivo e ciò che provoco in coloro che mi circondato, in primis anziani e caregiver.
    L’invecchiamento deve ritrovare grinta e senso dell’esistenza. Il termine dell’attività produttiva e l’inizio del pensionamento paiono eventi critici che spingono verso un’irrefrenabile riscatto dalla vita lavorativa (ora non voglio impegni, carichi o doveri) un passaggio dal divertimento al “divertissement”, fino al disimpegno sociale. La mancanza di ingaggio sociale e storico, ciòè restare ancorati al passato senza vivere il qui e ora con le persone del tuo tempo, cioè nel mitico oggi, traccia la pre-morte relazionale e il ritiro in una caverna chiamata casa (sia essa domicilio o di riposo). L’assistenza è troppo assistenziale, necessità di una rivisitazione anche alla luce della lunghezza della vita (sempre più XXXL) e del bisogno che abbiamo di anziani che vogliano restare adulti e non regredire a bambini da accudire! La cittadinanza attiva e l’esperienza da lei descritta, cioè l’annullamento dell’iperprotezione ed una sana flebo di naturalezza, rappresentano passi essenziali per una vecchiaia vissuta appieno. Ci sarebbe ancora molto da dire, ma rallento e la ringrazio per lo stimolo. Ringrazio la collega Cristina Sironi per avermi segnalato il suo articolo.

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