Ora l’Africa teme l’invasione e i cinesi sono da copiare

La paura ha stravolto anche preconcetti e pregiudizi e la cosiddetta solidarietà è solo di cortile

Come ogni cosa cambia… dipende dall’occhio di chi guarda. 

Facciamo un po’ di storia.

Tutto è iniziato in Cina. Ma la Cina è lontana… Abbiamo osservato ciò che avveniva a Wuhan con il distacco del cannocchiale rovesciato puntato su un altrove e di fronte alle misure draconiane abbiamo commentato, tra ammirazione e senso di superiorità: “Decisioni così lesive delle libertà individuali le può applicare solo un regime autoritario, nelle nostre democrazie non sono immaginabili”.

Poi il virus è arrivato da noi. Per primi ne sono risultati colpiti due sventurati turisti cinesi e subito l’opinione pubblica si è scatenata contro i cinesi untori: ristoranti, negozi e negozietti cinesi disertati, sporadiche aggressioni verbali e in qualche caso fisiche nei confronti di cittadini di origine cinese. La comunità cinese ha allora invitato / obbligato i suoi componenti a chiudere, per senso di responsabilità, i loro esercizi fino a data da destinarsi.

Poi si è saputo che l’ingresso del virus era dovuto a un tedesco che aveva infettato il paziente 1 e gli untori siamo diventati noi: i paesi vicini hanno iniziato a chiudere le frontiere. Ci siamo  indignati, ma ora si ipotizza di adottare uguali misure da parte nostra, se dovesse aggravarsi la situazione nei Pesi confinanti.

Intanto il virus, che non conosce barriere, ha incominciato a infettare tutto il continente e a questo punto l’Europa ha iniziato timidamente a muoversi, scoprendo la solidarietà.

Adesso, mentre i già bistrattati Cinesi sono tornati in auge e vengono additati come esempi di generosità e solidarietà per l’aiuto in personale e mezzi offerti all’Italia, in Africa gli occidentali sono messi sotto accusa come agenti del contagio e fatti segno di atti di ostilità.

Il panorama tracciato non è incoraggiante, amici e nemici, sospetti e apprezzamenti cambiano secondo la prospettiva di chi guarda, con la costante, da parte di tutti, della ricerca di responsabili: Cinesi infetti, Italiani untori, Europei egoisti e poco solidali, Occidentali  pericolosi,  Africani insensibili.

Intanto che fine hanno fatto i profughi siriani? Che ne è dei migranti in uscita dalla Turchia, intrappolati alle soglie dell’Europa? Sono scomparsi dai notiziari e dal nostro orizzonte mentale.

Presi dalle nostre paure, concentrati sui bollettini di guerra del virus, non abbiamo tempo né pensieri per le tragedie altrui.

La nostra solidarietà, più volte evocata ed elogiata, è una solidarietà di cortile, del condominio, del paese, della regione, non guarda al di là della siepe. Invece, se un insegnamento possiamo trarre dalla tragedia in atto, è la consapevolezza che qualsiasi emergenza (sanitaria, naturale, economica) ha ormai ripercussioni mondiali e che a questo futuro dobbiamo attrezzarci.

Certo, passata la grande paura, tutto potrebbe riprendere come prima, con rinnovata voglia di vita e di consumo e con un rapido oblio delle angosce e delle difficoltà passate. Ma in questo caso non avremmo imparato nulla e ci troveremo di nuovo impreparati di fronte all’inevitabile prossimo disastro.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *