Ora che abbiamo tanti amici la solitudine diventa un problema

Non siamo mai soli, ma è difficile star bene con gli altri se non abbiamo imparato a star bene con noi stessi

Sembra incredibile, ma in questa nostra epoca di iperconnessione, in cui siamo sempre in compagnia di qualcuno in famiglia, nel lavoro, nello sport, o almeno nei cosiddetti social, la solitudine sta diventando un grosso problema. In Inghilterra sono arrivati addirittura a istituire un apposito ministero per affrontare il problema. E in Italia oltre tre milioni di famiglie sono in realtà formati da donne o uomini soli.

Quanto alla compulsiva ricerca della compagnia dei nostri simili, c’è da chiedersi se essa risponda
al bisogno di socialità insito nella nostra natura o se invece non sia un tentativo di sfuggire alla prospettiva di ritrovarci soli con i nostri pensieri e le nostre emozioni, una prospettiva che spesso spaventa e vorremmo allontanare.

I social alimentano la grande illusione: navigando in rete ci sembra di non essere mai soli: l’iperconnessione con il resto del mondo e il continuo scambio di messaggi, post, commenti, ci forniscono l’ingannevole sensazione di avere rapporti, di avere amici che però non guardiamo negli occhi. Non possiamo toccarli, né uscire con loro; a volte non sappiamo nemmeno che faccia abbiano. Insomma, una solitudine mascherata da vita social(e).

In effetti la solitudine comporta forme e manifestazioni diverse: spesso si arriva a confonderla con vere e proprie patologie, come la depressione, che effettivamente si caratterizza con il marcato isolamento sociale e con il rifiuto di relazioni con il mondo esterno, o si identifica con l’hikikomori, un fenomeno nato in Giappone negli anni ’80 e recentemente diffusosi anche negli Stati Uniti e in Europa: si riferisce ad adolescenti e giovani adulti che decidono di ritirarsi completamente dalla vita sociale per lunghi periodi (mesi o anni), rifiutando qualunque tipo di contatto con l’esterno.

Tendenzialmente, viene data della solitudine un’accezione negativa, in cui domina il concetto di mancanza: di amici, di un partner, insomma mancanza di rapporti con il mondo esterno. Prevale quindi una sua valutazione in termini quantitativi: meno contatti hai e più sei solo. Ma anche l’aspetto qualitativo della solitudine non è da sottovalutare: molte persone, infatti, si sentono sole benché in mezzo a tanta gente.

Il filosofo greco Epitteto aveva operato una sensibile distinzione tra lo stare da soli e il sentirsi soli: secondo lui, infatti, l’uomo “estraniato” era colui che, seppure circondato da altre persone, non riusciva a stabilire con loro un contatto, oppure veniva esposto alla loro ostilità: nell’estraniazione si è soli, abbandonati da tutti; invece, l’uomo “solitario” è colui che sta insieme con se stesso.

Si può quindi affermare che il sentirsi soli vuol dire avvertire un malessere interiore legato a sentimenti di perdita e isolamento: è un vissuto soggettivo che si può provare anche in mezzo a tante persone ed è legato alla mancanza di un funzionale rapporto con il mondo esterno.

Lo stare da soli, al contrario, implica la solitudine non come un vuoto da colmare, ma come una opportunità di crescita interiore, una occasione per conoscersi meglio, per meglio esplorare il proprio mondo interno.

Nel ventesimo secolo, chi si è soffermata a riflettere sulla solitudine è stata Hanna Arendt, che sosteneva come nello stare da solo l’uomo avesse la possibilità di sviluppare la propria coscienza e contemplare le proprie azioni, sfuggendo al caos e al rumore di fondo della massa. Chiamata a scrivere sul processo Eichmann, Arendt riflettè su come il nazista si fosse potuto macchiare di un crimine tanto orribile, lui così banale e ordinario. E spiegò che Eichmann non era stato capace di fermarsi a pensare, di compiere quel dialogo con sé stesso che gli avrebbe permesso di farsi domande, di chiedersi il significato delle cose e di distinguere tra il bene e il male.

Solitudine, quindi, come garanzia della nostra capacità di pensare senza farci trascinare dalla massa, dal conformismo che ci impedirebbe di operare una distinzione tra giusto e sbagliato, bene e male, bello e brutto.

Ma il nostro rapporto con la solitudine si riflette anche nel modo in cui costruiamo le nostre relazioni con gli altri: la solitudine spaventa tanto perché ci costringe a guardarci negli occhi e fare in conti non solo con le nostre risorse, ma anche con le nostre fragilità, le nostre paure, i nostri limiti. Non sempre siamo disposti ad accettarli come parte integrante di noi stessi; perciò, per non restare soli, cercheremo ardentemente le relazioni con altre persone, strategia che, col tempo, può dimostrarsi illusoria e anzi ci espone al rischio di ritrovarci nella voragine di una solitudine ancora più grande, qualora queste relazioni falliscano, perché avremmo affidato all’altro la responsabilità di farci sentire completi. Fuggiremmo da noi stessi rifugiandoci bulimicamente nella compagnia degli altri.

Dovremmo invece arrivare a considerare la solitudine un’opportunità di crescita, una possibilità di rivolgere il nostro sguardo verso noi stessi per capire chi siamo, nei nostri limiti e nelle nostre potenzialità, e cosa vogliamo davvero. Solo una volta raggiunto questo obiettivo saremo in grado di instaurare relazioni proficue perché basate non sul bisogno di non stare da soli, ma sul vero piacere di condividere e stare insieme.

Prima di stare bene con gli altri, quindi, dovremmo imparare a stare bene con noi stessi.

Giuseppina Velardo

Psicologa e Psicoterapeuta. Si occupa di terapia familiare, di coppia e del singolo individuo. Collabora con Fondazione Lighea Onlus.

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