Non prendiamo più decisioni: ma è solo colpa del Covid?

L’emergenza rischia di diventare alibi per qualsiasi inefficienza, certo più comodo che un serio esame di coscienza

Tra i deleteri effetti collaterali del Covid uno, apparentemente secondario, tende a insinuarsi subdolamente nella psiche e a cronicizzare. Ha un nome poco usato: si chiama indecisionismo. Non che sia saltato fuori adesso, già prima del contagio era causa di non poche disfunzioni. Forse è un male inevitabile delle società più evolute, dove il potere è frammentato in centinaia di sottopoteri che la burocrazia contribuisce a svuotare di significato. Ma il Covid lo ha aggravato. Da mesi ormai non programmiamo più,  non scegliamo più, neppure le cose più banali della vita di tutti i giorni. Chi invitare, chi toccare, chi baciare, come salutare, come lavorare, come respirare. Altri decidono per noi, dopo essere stati a loro volta dilaniati dall’indecisionismo, dopo essersi rimpallati l’onere della responsabilità tra governo, ministeri, regioni, sindaci, prefetti e primari. Siamo sopraffatti da decisioni parziali, indefinite e spesso contraddittorie, che condizionano perfino i rapporti di intimità all’interno della famiglia. Non decidendo più nulla non siamo più responsabili di nulla. Non della serenità famigliare, non dell’andamento scolastico, non del rendimento professionale.

Il Covid diventa alibi plausibile per qualsiasi inefficienza, certo più comodo di un serio esame di coscienza che delimiti con intransigenza il perimetro delle nostre responsabilità.

L’ho sentito invocare perfino da allenatori di calcio per spiegare che i portieri e le difese prendevano più gol a causa dell’assenza di pubblico negli stadi.  

Temo che anche la pioggia di miliardi che l’Europa ci mette a disposizione per risanare l’economia dissestata dal Covid non contribuirà a richiamarci alle nostre responsabilità. Non tutti, neppure tra i nostri governanti, hanno capito che la maggior parte di questi soldi è legata e subordinata a progetti di sviluppo. Rischia invece di prevalere, data la nostra irresistibile propensione a non programmare, ossia a non rischiare, l’uso assistenziale della maggior parte di questo ben di Dio, non a caso chiamato ristoro, in ossequio al principio che ha ispirato il reddito di cittadinanza e i navigator. Benemeriti ovviamente i contributi e le sovvenzioni a quanti hanno subito danni, e il soccorso a quanti versano in condizioni di vera indigenza. Ma il rischio, ancora una volta, è che lo Stato trasmetta ai cittadini l’impressione di decidere di non decidere, rendendosi così complice di un disvalore che compromette la crescita individuale e non garantisce l’affrancamento dalla precarietà.

Quando, ci auguriamo tra pochi mesi, un vaccino o un farmaco avrà sconfitto il contagio, molti tra i superstiti si ritroveranno più soli,  più poveri, ma anche  più insicuri perché disabituati all’autogoverno. La fine dell’emergenza rischia di lasciare strascichi pesanti di fatalismo, di abulia, di rassegnazione. Ma forse questa pessimistica previsione mi deriva dall’essere stato comunque a mia volta condizionato dal Covid.

Faccio fatica a crederci, ma non voglio escludere a priori che dopo tanti condizionamenti e limitazioni della nostra libertà di agire e di pensare si inneschi una salutare reazione di iperattivismo che c’induca a programmare il nostro futuro anziché subirlo. Se non altro per evitare che una simile tragedia si ripeta uguale.

Paolo Occhipinti

Giornalista, ex direttore editoriale di Rcs, ex direttore del settimanale Oggi

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