Non dimenticherò mai l’orrore di quel manicomio

Dal film del 1948 diretto da Anatole Litvak, "La fossa dei serpenti"
Drammatica testimonianza ad uso di coloro che invocano ancora oggi la riapertura degli ospedali psichiatrici

All’indomani di un delitto di sangue ad opera di uno squilibrato, o meglio di un delinquente ritenuto tale, c’è chi lamenta la chiusura dei manicomi e ne auspica la riapertura. Da addetto ai lavori questa reazione mi deprime e mi indigna. E ogni volta mi risveglia ricordi sopiti, che mi hanno colpito con intatta forza e profondo coinvolgimento emotivo, come se il tempo non fosse passato: immagini dolenti di individui ai quali l’istituzione manicomiale aveva tolto tutto, trasformandoli in relitti. 

Non dimenticare l’orrore, ogni orrore, è dovere di tutti noi e forse una sorta di  “giornata della memoriadovrebbe essere istituita per eliminare il rischio del ripetersi di simili vergogne.  

Nel novembre del 1998 era stata decisa (a distanza di 20 anni dall’approvazione della Legge Basaglia!) la chiusura definitiva del reparto psichiatrico dell’ospedale San Martino di Como e io, insieme ai  miei collaboratori, ero stato incaricato di occuparmi dell’“ultimo residuo manicomiale”, ovvero di una trentina di “matti” ancora presenti nella struttura e che dovevano essere trasferiti altrove.

L’ospedale era uno splendido, antico edificio in cima a una collina, con strepitosa vista lago. Intorno il nulla.

All’interno di un parco inselvatichito si snodava una serie di padiglioni fatiscenti abbandonati da tempo, fino all’unica palazzina occupata dal reparto psichiatrico.

All’interno un enorme stanzone, dove esseri che avevano poco di umano si muovevano in cerchio, fumando, su un tappeto di mozziconi, sorvegliati da infermieri chiusi a chiave in un gabbiotto a vetri. In fondo una porticina dava in una camera nella quale un paziente, più agitato e più giovane degli altri reclusi (di età media 50 – 60 anni), era permanentemente legato al letto.

Ciò che colpiva al primo impatto era l’odore: un odore dolciastro di secrezioni umane e di urina, impastato con il fumo delle sigarette, che impregnava i muri e rimaneva addosso.

Produceva un effetto straniante il contrasto tra la bellezza naturale del luogo, aperto su un orizzonte infinito, e l’umanità senza forma che l’abitava.

Nonostante l’esperienza non ero pronto per un simile girone infernale: dopo una giornata passata lì ti sentivi svuotato e faticavi a rientrare nel mondo dei vivi, con quell’odore che ti rimaneva attaccato: odore di anime.

Per il mio più stretto collaboratore lo shock fu tale da dover essere ricoverato per una pancreatite acuta.

I nomi dei degenti nessuno li sapeva: al loro posto si usavano nomignoli. C’era NO, uno che pronunciava in continuazione quel solo monosillabo; c’era PUGILE, quello che si muoveva mimando le mosse di un boxeur; c’era NANÀ, quello che non era in grado di parlare…

Le cartelle cliniche non erano di aiuto: ogni paziente era descritto sulla base degli atti violenti compiuti, più che una raccolta di dati anamnestici assomigliavano a un casellario giudiziario.

Da dove iniziare?

Feci filmare per tre giorni la vita interna al padiglione per capirne le dinamiche.

Sveglia alle 7.

Igiene mediante lavaggio collettivo con la pompa dell’acqua.

Abbigliamento con vestiti scelti a caso tra quelli ammucchiati in uno stanzone guardaroba, tutti abiti di persone morte, tutti fuori taglia, con risultati assurdi: pantaloni ascellari, abbinamenti improbabili, caviglie nude, scarpe informi; in mano un sacchetto di plastica, tutto il loro mondo.

Pranzo alle 11.

Cena alle 16.

Tempo vuoto.

Alle 19 a letto, alcuni legati, ma svegliati immancabilmente alle 22, con insensatezza degna di un torturatore ottuso, per la somministrazione del sonnifero.

Gli infermieri che li assistevano con l’indifferenza di una routine consolidata, anch’essi vittime di un’istituzione che li aveva trasformati in secondini, potevano servire per la gestione dei farmaci e per eventuali azioni di contenimento, ma non erano adatti a un lavoro di riabilitazione e recupero.

Reclutammo pertanto alcuni giovani operatori socio sanitari, forse poco esperti professionalmente, ma entusiasti del progetto e sinceramente interessati a pazienti ai quali nessuno aveva mai dato attenzione o espresso empatia.

Pazienti ai quali cercammo di restituire il nome, un nome che non avevano udito da molto tempo, con il quale nessuno li chiamava più.

Poi si è passati a riformare l’igiene personale, sottratta alla cerimonia della pompa collettiva.

Volendo dotarli di qualche indumento nuovo, abbiamo avuto una sorpresa. Una ricerca sui conti bancari rivelava che non erano individui miserabili, come credevamo: le pensioni di invalidità, mai spese, si erano accumulate negli anni fino a raggiungere somme di una certa entità. Per poterle usare ci voleva tuttavia l’assenso di familiari, non rintracciabili o, quando contattati, assolutamente contrari a spendere anche una minima parte di quei fondi per rivestire dignitosamente i loro sfortunati congiunti.

Così “l’ultimo residuo manicomiale” ha continuato a vestire in modo clownesco e quando, dopo innumerevoli anni di internamento, l’abbiamo portato in gita a Como, con l’eccitazione di un bambino e gli occhi sgranati davanti alle vetrine e alle automobili, sembrava un gruppo di alieni venuto da un altro pianeta.

Abbiamo provveduto a rimodulare la giornata, spostando gli orari dei pasti in modo da portarli a coricarsi dopo le 21, a sonnifero ingerito, e, nel corso di qualche mese, il ciclo del sonno si è normalizzato. Li abbiamo anche liberati dai lacci notturni che li assicuravano ai letti, per poi accorgerci che non tutti riuscivano a dormire. Per tranquillizzarli siamo stati costretti ad adottare fascette che simulassero la legatura.

C’è voluto tempo per stabilire un contatto, per strapparli all’isolamento in cui vivevano murati. Poi qualche piccolo, timido gesto si è prodotto, alla fine sono emersi anche brandelli di ricordi. Dall’altrove dove avevano a lungo abitato hanno cominciato a tornare nel mondo dei vivi.

Purtroppo non abbiamo potuto seguirli fino a vedere i risultati del lavoro svolto perché, dopo questa prima fase, la Direzione Sanitaria ha deciso di affidarli a una cooperativa di operatori socio sanitari della zona. 

Lasciare l’“ultimo residuo manicomiale” è stato un vero dispiacere. 

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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