Nella lotta contro la peste si misura la grandezza dell’uomo

Il magnifico romanzo di Albert Camus ci richiama a combattere contro il male, anche quando appare invincibile

Nel corso dei lunghi mesi di questo lungo 2020 in diverse circostanze sui giornali, negli ininterrotti dibattiti televisivi, si è fatto ricorso al titolo del magnifico romanzo di Albert Camus del 1947, La Peste, per includere forse in un ideale senso di ciclicità storica l’evento inaspettato che ha sorpreso il pianeta.

Il richiamo, pur non ingenuo e felicemente ricco di memoria colta, può apparire per alcuni aspetti immediati naturale ma per altri affrettato se non ci fermiamo a ricordarne il senso. 

Ero rimasta colpita alcuni anni fa da una grande fotografia apparsa sulla prima pagina del “Corriere della sera” che riferiva di una grande manifestazione degli insegnanti della scuola media secondaria e che mostrava i manifestanti sullo sfondo di uno striscione con su una scritta a caratteri cubitali: LA PESTE.

Perché veniva evocato allora quel grande capolavoro? La risposta è semplice: perché il romanzo di Albert Camus non è un romanzo sulla malattia di peste ma è un romanzo sulla RESISTENZA contro la peste. 

La trama è nota. Un’infezione che si manifesta con un’invasione di topi morti dilaga in una città che si chiama Orano ma che in verità è un non-luogo e anche tutti i luoghi perché è l’Europa uscita da quella seconda guerra mondiale che aveva visto Albert Camus tra i capi della Resistenza francese. Anche nel caso de La Peste vale la definizione di classico come opera valoriale di portata universale in un radicamento dato. Dunque come Orano è tutti i luoghi, ma nell’ispirazione del momento è soprattutto l’Europa, la peste è tutti i mali ma soprattutto il nazismo come infezione morale e politica. Il bubbone scoppia nel corpo come una bomba scoppia nella città; i corpi degli appestati vengono ammassati e bruciati come era appena avvenuto nei forni crematori. Il romanzo di Camus, pieno di riferimenti alla Storia e ai dibattiti ideologici del tempo, è il romanzo della condizione umana, in cui viene posto il problema dell’Uomo confrontato col Male.

Nell’urgenza del momento però la domanda non è più “Che cosa è il Male”, domanda di natura metafisica, ma “Cosa fare di fronte al Male”, domanda etica.

Di fronte alla sofferenza degli uomini e particolarmente a quella degli innocenti, il romanzo si presenta come un appello forte a preservare un senso alla vita attraverso la RIVOLTA contro l’assurdità dell’umana condizione, attraverso la pratica permanente della solidarietà che sola può aprire la strada alla DIGNITA’ e preservarla.

Tre dei personaggi del romanzo offrono altrettanti tentativi di risposta all’interrogativo CHE FARE? Sono Tarrou, il nichislista, Paneloux, il prete, Cottard, l’avventuriero profittatore. Ma su tutte queste figure campeggia il personaggio del medico, protagonista e voce narrante, il Dottor Rieux.

Rieux è il portavoce di Camus e del suo idealismo umanitario. Là dove non c’è la grazia della salvezza non c’è soluzione e lo scrive a tutte lettere: NON C’E’. Ma è proprio da qui che prende le mosse il sentimento della sua opposizione tenace che mira a una salvezza sia pure precaria, fondata sulla tenuta dei valori morali degli individui a prescindere dalla loro capacità di trasformare la realtà.

Fratello mitologico di Rieux è Sisifo, cui Camus aveva intitolato un celebre saggio nel ’42: “Gli dei, aveva scritto Camus, avevano condannato Sisifo a far rotolare continuamente una roccia fin sulla cima di una montagna da dove sarebbe ricaduta in basso per gravità. Avevano pensato, a ragione, che non c’è punizione peggiore della fatica inutile e senza speranza”. Evocando la leggenda di quel personaggio cui il disprezzo per gli dei, l’odio della morte e la passione per la vita erano costati “quel supplizio indicibile nel quale l’essere intero si impegna a non concludere niente”, Camus riconosce l’eroe ASSURDO. Nel momento in cui Sisifo scende per l’ennesima volta a valle, Camus gli attribuisce la forza della rivolta, della libertà e della passione. Prendendo coscienza in quel momento della vanità dei suoi sforzi senza speranza, Sisifo si rende superiore a ciò che lo opprime, superiore al proprio destino. Sisifo può rifiutare di annullarsi nella disperazione assumendo un atteggiamento di stoica, libera sopportazione della fatica di vivere.

E’ nel momento in cui Sisifo raccoglie la roccia rotolata in basso per spingerla di nuovo sulla cima della montagna che Camus lo guarda con interesse e dichiara: “Bisogna immaginare Sisifo felice”. Ed è già il Dottor Rieux, che risponde all’assurdo nel nome di una morale gratuita senza la promessa di un premio né la minaccia di un castigo, bensì libera, responsabile, laica. La Peste ci sarà sempre, il Male non finirà di risorgere dalle proprie ceneri e nelle forme più inattese, ma non per questo si deve smettere di combattere.

Il Dottor Rieux è di nuovo qui, è i medici gli infermieri e gli operatori sanitari, è tutti noi oggi nuovamente sgomenti di fronti a un Male che ha l’aspetto inatteso di un virus invisibile. A quale e quanta forza morale dobbiamo attingere per ancora una volta resistere e far trionfare l’umana dignità?

Valeria Pompejano

Francesista e professoressa ordinaria di Letteratura francese dell’ Università Roma Tre "à la retraite". Se avesse uno pseudonimo sarebbe "La moglie di Obelix"

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