Mi sono innamorato di una bella isterica: una passione infernale

Ho impiegato otto mesi per liberarmi: l'avventura mi ha lasciato qualche rimpianto e anche la sensazione di aver sfiorato la morte

Margherita è sconvolta: parla con affanno, piange… Oggi il suo copione la vuole donna insidiata dalle mire violente di un amante indegno. Solo una settimana fa era una stalker implacabile sulle tracce di un oggetto d’amore sfuggente. Prima ancora un’innamorata tradita che minaccia di buttarsi.
Racconta di situazioni e vissuti con ricchezza di particolari e travolgente partecipazione emotiva.
Ogni giorno un nuovo dramma, una nuova tragedia. E tutti a correre, a mobilitarsi, a interrogarsi, ad angosciarsi. È capace di indossare sempre nuovi personaggi e di trasformare coloro che le stanno intorno in comprimari di una recita di cui ha la regia.
Anni addietro ha frequentato una prestigiosa scuola di teatro che ha contribuito a insegnarle ciò per cui era già predisposta: costruire rappresentazioni di cui è scenografa, sceneggiatrice e regista, che irretiscono gli spettatori con l’illusione della realtà.
Margherita ha bisogno del movimento, ha bisogno di mascherarsi perché non possiede un’identità ben definita: sotto la maschera dell’isteria c’è solo uno specchio vuoto che rimanda l’immagine di chi lo guarda. È la mortifera fascinazione del nulla.

Le isteriche sono amanti formidabili, le migliori, ma la relazione con loro è sempre ad altissimo rischio. In qualche caso la posta è addirittura la vita.

Il caso di Margherita mi ricorda che anch’io, molti anni fa, ho provato il brivido e la fascinazione di essere l’oggetto d’amore di una splendida isterica.
Si è presentata al primo colloquio giovane donna disperata per l’abbandono del marito. Sconvolta, il viso senza trucco devastato dal pianto, la voce rotta dai singhiozzi, bellissima nel severo tailleur di taglio maschile. La volta successiva (erano passati cinque giorni) è arrivata con un abito sottoveste che rivelava le calze autoreggenti, tacchi 12, pelliccia maculata, bocca rosso fuoco, chioma al vento. Quasi irriconoscibile, ma sempre bellissima. Ha esordito raccontando un sogno molto elaborato del quale ero incontrastato protagonista. Un transfert così veloce? Sono perplesso.
Poche sere dopo la incontro in casa di amici, dove ero stato invitato a cena. Ho il fondato sospetto che non sia casuale.
Quando la rivedo in studio, mi sento in dovere di spiegarle che non ci sono i presupposti per iniziare una psicoterapia. «L’unica cosa che possiamo fare io e lei, cara signora» – aggiungo, per addolcire il rifiuto – «è prendere un caffè insieme».
Aderisce immediatamente con entusiasmo e vengo catturato in una relazione tempestosa che alterna momenti di abbandono e violente scenate di gelosia, rapimento erotico e abissi di vergogna, appassionata tenerezza e insulti sanguinosi, fughe e inseguimenti, clamorose rotture seguite a breve da altrettanto teatrali riconciliazioni, in un eterno ritorno dell’identico.
Mi rendo conto di avere di fronte un soggetto da manuale di psicopatologia, che indossa ogni giorno maschere diverse per costruirsi identità fittizie. Una persona che attrae e ammalia con la promessa di introdurti in un mondo di grandi emozioni, ma la cui passione può rivelarsi mortifera. A un certo punto liberarsi è questione di sopravvivenza, ma troppo tardi ci si accorge di essere presi in una rete: troppo abile performer per sperare di vincerla giocando il suo gioco, impossibile troncare il rapporto, lei non te lo permetterà, agitando il ricatto della sua o della tua morte.
Io a liberarmi ci sono riuscito, pur con grande dolore, inducendo lentamente la mia bellissima e terribile amante a prendere lei l’iniziativa di lasciarmi (non avrebbe mai tollerato che lo facessi io). Ci ho impiegato circa otto mesi.
Questa avventura mi ha lasciato qualche rimpianto, palpiti di nostalgia, ma anche la sensazione di avere sfiorato la morte, di essere rimasto in bilico sull’orlo del nulla.
L’incontro con l’isteria è sempre, in qualche misura, un incontro con la morte. Chi ne è affetto (tradizionalmente donne, ma oggi anche uomini) ha necessità di interpretare un personaggio, in quanto si sente vivere solo se percepito dall’altro, riflesso nell’occhio dell’altro, dove “l’altro” non è riconosciuto e accolto come individuo, ma è il mezzo per poter esistere. L’oggetto d’amore dell’isterica, quello per cui smania e talvolta vuole anche morire, è in realtà un’ombra, un fantasma, intorno al quale allestisce la sua messa in scena.
Un modo per aiutarla e nello stesso tempo difendersi da lei è quello di non lasciarsi coinvolgere nel suo onnipotente gioco registico e rimanere immobili. Le persone che compongono il suo cast si sottraggano dunque al copione per loro predisposto: se gli attori si ribellano al capocomico, la recita non può avere luogo.

Joaquin Otuvas

Psicologo e psicoterapeuta. Professore "Libre Universidad de Salamanca".(traduzioni dallo spagnolo a cura di Carlo Perez )

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *