Mi dispiace signora, suo figlio non è affatto iperattivo

Sintomi di disagi infantili che fino a ieri erano considerati nella norma sono oggi oggetto di diagnosi che spesso diventano alibi

“Sa, mio figlio è iperattivo.. anche da piccolo non stava mai fermo. Adesso non ascolta, non ubbidisce. Non sarà mica anche un po’ autistico?”
 Ultimamente è forte la tentazione di trasformare un pugno di sintomi in una diagnosi. Si dice sempre più spesso, “il bambino ha un disturbo” nei casi in cui una volta si diceva ‘è un po’ troppo vivace”. Prevale oggi un approccio pedagogico che dà la priorità alla perfezione e al rendimento; se qualcosa non va, meglio cercare una soluzione che non ci faccia rallentare troppo.
Perciò è subito B.E.S.*, DSA, ADHD e acronimi vari.

Penso ai bambini che non riescono a stare fermi a lungo nelle ore di lezione, a quelli che “non ascoltano” quando gli adulti parlano, a quelli che “hanno le capacità ma non si impegnano abbastanza”, a quelli che “non stanno abbastanza attenti”, a quelli che “la sera bisogna star su fino a tardi a fare i compiti”. Il primo step della ‘cura’ è spesso l’invio per una valutazione dell’apprendimento, nella malcelata speranza che emerga un disturbo, una certificazione che di fatto autorizzi il bambino ad essere com’è e gli adulti a non doversi mettere troppo in discussione.

In questo modo i bambini continuano ad essere non visti nella loro complessità di piccole persone in crescita, che si modellano in base alle esperienze che fanno e agli adulti che imitano. La traumaticità di alcuni eventi di vita viene spesso sottovalutata (“mio figlio non ne parla, non ha mai chiesto niente..”) che si tratti di pesanti conflitti tra i genitori, della morte di un nonno, di una malattia grave in famiglia, ma anche semplicemente di distorsioni educative mascherate da “non c’è tempo, siamo stanchi, anche i miei facevano così con me”. L’impatto degli eventi passa via veloce come le schermate di Facebook che facciamo scorrere aspettando che arrivi la nostra fermata in metropolitana.

Non ci rendiamo conto che siamo noi ad insegnare ai bambini a soffermarsi o meno sulle cose.

I bambini sanno bene quando è ora di tacere per proteggere il genitore. Dietro un bambino che non chiede c’è sempre un adulto che non saprebbe rispondere. Eppure gli eventi un impatto ce l’hanno comunque, e se questo non viene canalizzato nel dialogo, finisce nel corpo: un corpo fatto di ormoni, neurotrasmettitori, sistema nervoso autonomo… che sotto stress si alterano e generano aumentato bisogno di muoversi, maggior irritabilità, elusione di situazioni stressanti, maggior affaticamento. Il volume delle emozioni si alza e, quanto più si è piccoli, tanto più questo impatta sulla capacità di auto-controllarsi e relazionarsi adeguatamente con gli altri.

In cosa si traduce tutto ciò per un bambino?..nel dormire male “perché penso tutta la notte a cosa succederà domani a scuola”.
Nell’avere paura che, “se il mio compagno di banco mi disturba, non riuscirò a ignorarlo e la maestra mi sgriderà davanti a tutti”.
Nel “sono arrabbiato perché tutti ci mettono mezz’ora a fare quel compito e io un’ora”.
Nel “papà sta male ma dice che sta bene perché pensa che non me ne accorgo dalla sua faccia”.
Nel “mamma è nervosa e se cerco di giocare con lei mi dice che non ha tempo e allora io non valgo niente”.
Nel “se la nonna è morta allora anche i miei genitori moriranno e io resterò solo ma ho vergogna a dirlo a qualcuno”.
Nel “voglio il tablet perché coi videogiochi sì che comando io”.
Nell’ “urlo e faccio i capricci perché sono cattivo e i cattivi fanno così, io non so essere bravo, quando sono calmo tutti si stupiscono e questo vuol dire che sono cattivo”.

Questi pensieri hanno bisogno di un orecchio che li ascolti. Ma attenzione: prima di diventare pensieri espliciti e condivisi, essi fanno capolino nel gioco del “facciamo finta che io ero e tu eri..”, nel far parlottare i peluche tra loro, o semplicemente nei colori e nei contenuti dei disegni. Questo può essere osservato da tutti, genitori, insegnanti, nonni, zii… l’unica competenza che occorre è un po’ di pazienza.
Il ricorso a esperti e a consultazioni psicologiche non è una mossa errata, ma occorre avere in mente che lo scopo non è chiudere la bocca al bambino con l’etichetta della diagnosi, ma aprire la mente, sua e dei genitori. Aprirla su un orizzonte in cui i problemi non sono solo un soverchiante punto di arrivo, ma possono essere capitalizzati in occasioni di crescita ed esperienza.

*Bisogni Educativi Speciali: vasta area di alunni per i quali il principio della personalizzazione dell’insegnamento, sancito dalla Legge 53/2003, va applicato con particolari accentuazioni in quanto a peculiarità, intensità e durata delle modificazioni.

Elisa Accornero

Psicologa psicoterapeuta, si occupa di età evolutiva, genitorialità, trattamento dei traumi e psico oncologia.

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