Meglio i bambini padroni di casa o quelli dimezzati?

Il disegno di legge Pillon sull’affido condiviso sembra centrato sugli interessi dei genitori, mentre i giudici di Matera li condannano a fare i pendolari

L’ultima sentenza del tribunale di Matera in tema di affido congiunto è rivoluzionaria: secondo tale sentenza la casa famigliare viene attribuita al minore come stabile residenza, mentre i genitori la abiteranno a turno una settimana ciascuno.

In un sol colpo viene così realizzata la “bigenitorialità perfetta”, feticcio del disegno di legge Pillon, e viene abolita la figura del bambino con la valigia resa familiare da recenti sentenze di divorzio.

Attualmente, in caso di separazione consensuale, i divorziandi sono soliti chiedere e ottenere l’affido congiunto, che prevede il minore condivida in egual misura il suo tempo tra madre e padre.

Si tratta senza dubbio di una conquista della legislazione familiare, del migliore, del più equo degli accordi possibili, quello che affida pari responsabilità e riconosce uguali diritti e doveri a entrambi i genitori ed ha il merito di aver riportato la figura paterna nella vita dei figli, dalla quale, in passato, era stata spesso estromessa o addirittura espulsa.

Tale accordo ha tuttavia un prezzo, comporta non pochi problemi sul piano organizzativo.

Tutto deve essere duplicato: due case, due camerette, due guardaroba, due dotazioni di giochi. E se le abitazioni degli ex coniugi sono lontane? Magari anche in comuni diversi? Raggiungere asilo, scuola, luoghi di attività extrascolastiche potrebbe rappresentare un grosso problema logistico. E come la mettiamo con compagni e amici? E come tutto ciò si concilia con gli impegni lavorativi?

Queste difficoltà generano di solito un compromesso: il minore rimane a vivere nella casa di famiglia con un genitore (normalmente la madre) e si sposta nell’abitazione dell’altro genitore per condividere con lui vacanze, week end, momenti infrasettimanali, secondo un calendario prestabilito.

Il ddl Pillon non fa che irrigidire tale schema, ribadendo con più forza ciò che è già presente nell’affido congiunto ed esigendone l’applicazione integrale: in caso di approvazione,

il tempo del minore verrebbe diviso in modo rigoroso e assolutamente paritario tra madre e padre.

Il bambino con la valigia diventerebbe un pendolare.

Certo, tutte le difficoltà possono essere risolte con buon senso e soddisfazione reciproca se gli adulti hanno rapporti corretti e sono sufficientemente flessibili, ma se esportano nella separazione le lotte coniugali gli accordi sembrano difficili. Possiamo prevedere rissa continua e il ricorso al giudice per una spartizione a filo di orologio, indifferente ai desideri e alle variabili quotidiane della vita del minore.

Tutte queste criticità rendono problematico il ddl Pillon, ma ciò che ha scatenato reazioni durissime da parte delle donne e dei loro avvocati divorzisti è la proposta contenuta nel decreto di abolire l’assegno di mantenimento attualmente erogato al genitore presso il quale il minore ha la residenza (quasi sempre la madre) da parte dall’altro ex coniuge (ovvero il padre).

La proposta è logicamente ineccepibile: se infatti rigorosamente pari sono i giorni di convivenza, pari le responsabilità educative, anche le spese vanno divise a metà.

Il problema è che spesso non è pari la disponibilità economica: la condizione della donna è quasi sempre la più debole: molte hanno accettato il part time proprio per poter accudire i figli, alcune non lavorano affatto, anche quelle che hanno una solida posizione guadagnano spesso meno dell’ex marito. È vero per contro che non pochi uomini, espulsi dalla casa coniugale, costretti a versare un assegno che ne decurta lo stipendio, si ritrovano con seri problemi abitativi e talvolta anche di sopravvivenza. Sul piano economico dunque, il decreto Pillon va certamente a penalizzare nella maggior parte dei casi la donna anche in qualche caso a mitigare l’eccessiva penalizzazione dell’uomo.

Per dirimere eventuali contrasti viene prevista dal decreto la figura del mediatore famigliare, da consultare obbligatoriamente. Ma l’efficacia dei suoi interventi non può prescindere dalla libera scelta dei coniugi e dalla loro disponibilità a collaborare, cose non certo propiziate dall’obbligo di sostenere colloqui indesiderati.

Nell’insieme, si ha l’impressione che il legislatore si rivolga a una fascia di popolazione senza preoccupazioni economiche e ignori che separazioni e divorzi non riguardano più solo il mondo dello spettacolo o della buona borghesia, si sono democratizzati e oggi interessano trasversalmente tutti i ceti sociali; il problema principale di molti padri separati non è come arredare la cameretta del figlio, ma come trovare un letto per sé.

Fin qui le difficoltà pratiche degli adulti. Ben più importanti sono però le implicazioni psicologiche che coinvolgono i figli delle coppie scoppiate.

È ovviamente giusto che mantengano solidi rapporti con tutti e due i genitori, che li frequentino entrambi con assiduità. Ma appaiono utopistiche una divisione e una duplicazione assolutamente precise dei tempi e dei costi con un inevitabile aumento delle contestazioni e dei dissidi. Nonostante il dolore, molti bambini si sentono sollevati dalla separazione dei genitori perché la vedono come la fine dei litigi continui cui hanno dovuto assistere, e l’ultimo risultato che vorrebbero è quello di essere di nuovo al centro di uno scontro quotidiano.

In questo senso il disegno di legge Pillon sembra mettere al centro non l’interesse del minore, ma dei genitori; in particolare cerca di rivalutare la figura paterna e di rimediare alle molte ingiustizie commesse nei confronti dei padri, spesso estromessi dalla vita dei figli da una legislazione e da una consuetudine che hanno sempre privilegiato la figura materna. Che i padri oggi rivendichino un ruolo attivo nella vita e nell’educazione dei figli è senza dubbio positivo, ma ciò non significa imporre una bigenitorialità perfetta che si realizza dividendo il bambino a metà.

(E mi sono limitata, nell’evidenziare tutti questi elementi critici, alle situazioni “normali”, senza affrontare le problematiche più complesse inerenti alla presenza di genitori violenti o a vario titolo poco affidabili).

La bigenitorialità perfetta cara a Pillon mi ricorda il giudizio di Salomone, di cui sembra realizzare un’applicazione aggiornata: lo smembramento è solo metaforico ma, anche in assenza di sangue, rischia di essere ugualmente cruento psicologicamente. Chissà se, come nel racconto biblico, genitori amorosi sarebbero capaci di rinunciare alle proprie pretese per amore del figlio?

Qualcuno aveva già avanzata la proposta (forse in chiave provocatoria, forse no), qualora il ddl Pillon fosse stato approvato, di mantenere il minore nella sua abitazione e di far ruotare i genitori. In tal caso, gli si obiettava, sarebbe necessaria l’agibilità di tre case, mentre per molti è già un problema averne a disposizione due.

La sentenza del tribunale di Matera realizza ora questa proposta. Il bambino è salvaguardato. Ma i genitori, quando non sono con lui, dove vivono? La risposta non può che essere provocatoria: hanno voluto separarsi? Si arrangino!

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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