L’indigestione di regole può renderci irresponsabili

Il periodo emergenziale legato al Covid ci ha obbligati alla rigida osservanza delle procedure disabituandoci all’onere della scelta

C’è un prima e un dopo Covid 19.

PRIMA eravamo sicuri delle nostre tecnologie, orgogliosi del nostro progresso scientifico, certi di vivere nella parte del mondo più evoluta economicamente e culturalmente.

DOPO abbiamo visto l’impensabile diventare possibile e abbiamo dovuto prendere atto della nostra precarietà.

Ci siamo chiusi a difesa contro il pericolo esterno sognando di poter tornare alla vita di prima, ma ora che l’emergenza è passata facciamo fatica a riprendere gli antichi ritmi. Molti sembrano prigionieri della sindrome della tana: la paura nei confronti del mondo favorisce l’emergere di aspetti regressivi, di atteggiamenti autistici.

La situazione straordinaria del lockdown potrebbe cronicizzarsi.

Un’altra vittima del periodo emergenziale è stato il concetto di responsabilità.

Assumersi responsabilità da parte di medici, scienziati, personale sanitario, politici non significa applicare procedure e protocolli, ma dare risposte a problemi e indicare soluzioni diverse in rapporto a diverse situazioni.

Dal nostro osservatorio di terapeuti del disagio psichico abbiamo visto il personale medico assumere sempre più un atteggiamento normativo, irrigidirsi nell’osservanza delle regole, trasformando gli operatori sociosanitari nei loro bracci esecutivi, laddove questi ultimi dovrebbero essere gli alleati naturali dei pazienti nel difficile percorso di recupero dell’autonomia. 

Come professionisti privati di capacità di agire autonomamente, trasformati in semplici esecutori possono essere agenti di cambiamento per pazienti che devono essere restituiti alla responsabilità?

Sembra di assistere a un processo a cascata: lo psichiatra si richiama al protocollo, abdicando al proprio giudizio, e priva di autonomia l’operatore che deresponsabilizza il paziente.

Ci sono ovviamente regole generali da rispettare, ma questo non ha a che vedere con l’esercizio della responsabilità, che invece si impone là dove si esercita la libertà di agire assumendosi l’onere di scelte ponderate.

Regole, protocolli, procedure sollevano dalla fatica di pensare, sono riposanti, danno sicurezza, sembrano fornire protezione: una protezione pericolosa. Forse oggi ci sarebbe più facile accettare che ci organizzassero la vita. E qualcuno potrebbe anche approfittarne.

Parallelamente all’inerzia difensiva che si nasconde dietro la normativa dell’agire corretto, emergono forze anarcoidi e distruttive che investono indifferentemente tutte le istituzioni e i loro rappresentanti, politici, amministratori a vari livelli, tecnici, esperti. Anche virologi e epidemiologi che hanno monopolizzato i media, dopo aver goduto di alta considerazione, sono rapidamente caduti in disgrazia.

Improbabili personaggi clowneschi, che in tempi normali nessuno avrebbe preso sul serio, si ergono a capi popolo e trovano spazio e credito.

Il superamento della sindrome da Coronavirus non si misura dalle spiagge affollate o dalla ripresa del rito dell’happy hour, fenomeni appariscenti ma superficiali; piuttosto dalla capacità di autogestione responsabile e dalla sconfitta della chiusura al mondo e all’altro, vissuto come potenziale pericolo.

Solo tornando fiduciosi alla relazione potremo di nuovo godere della pienezza di una vita in cui agire, pensiero, emozioni e sentimenti si siano affrancati dai fantasmi interni della paura.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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