Lettera aperta a Mister Facebook

(si prega di non censurare)

Egregio signor Facebook,
sì, lo so che non esiste un signor Facebook, e che dovrei indirizzarmi a mister Mark Zuckerberg, suo signore e padrone. Ma in realtà io vorrei che questa mia fosse letta non solo dal numero uno del notissimo social network, ma anche da una delle sue guardie, una di quelle incaricate di vegliare sui contenuti, di far sì che su Facebook le persone, come dice il capo, siano “mantenute sul sicuro”. In particolare mi piacerebbe, tra centinaia o forse migliaia di moderatori del sito, andare a rendere omaggio a quello che nei giorni scorsi ha censurato un’immagine da me approvata a illustrazione dell’articolo sulle molestie sessuali. Non osiamo qui ripubblicarla, reiterando il reato: mostra una mano maschile che si posa sulla coscia di una donna, evidentemente infastidita.

Nella sua magnanimità il codice di Facebook prevede che i reprobi, se colpiti dagli strali di un moderatore, possano manifestare il loro dissenso. Cosa che è stata fatta per mio conto, senza ottenere l’agognata riabilitazione. Per questo oltraggio al pudore di Facebook siamo stati puniti con una squalifica a tempo. Il padre di tutti i network ha oscurato la nostra immagine, che fino al momento in cui scriviamo non ha rivisto la luce.

Voglio dire, e voglio che il mio severo censore e il suo capo sappiano, che sono pentito.

Sono figlio di un’epoca in cui si punivano gli innamorati che si baciavano nelle ultime file dei cinema, si mettevano i mutandoni alle Kessler, i primi topless venivano bollati come pornografici, gli omosessuali erano malati da curare e le immagini dei fatti di sangue erano bandite dai telegiornali. Con grande fatica quelli della mia generazione hanno adeguato la loro morale e il loro senso del pudore, estranei a una realtà via via più inquinata dalla volgarità, dalla violenza, dal permissivismo che dilagano ormai su quasi tutti i mezzi di comunicazione e si insinuano sempre più subdolamente nei cosiddetti social.

Per decine di anni, alla guida di giornali popolari, ho cercato di mantenere dignità di modi e di mode, e ancora oggi continuo a scandalizzarmi per la disinvoltura con cui la televisione, anche quella di Stato, propina scurrilità estetiche e verbali e si insinua senza ritegno nelle pieghe dei fatti di cronaca più raccapriccianti, e per il cinismo con cui si adescano e si manipolano le fasce più deboli del popolo del web. Ma l’imbarbarimento dei costumi germoglia subdolamente e anch’io evidentemente sono stato contaminato.

Non ho compreso che quell’immagine birichina, delegata a illustrare odiosi soprusi ai danni delle donne, sarebbe stata cassata perché non contribuiva a “mantenere sul sicuro” il grande popolo di Facebook. Mi dispiace. Non volevo disturbare. Spero che tutti continuino a dormire in pace.

Paolo Occhipinti

Giornalista, ex direttore editoriale di Rcs, ex direttore del settimanale Oggi

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