L’eccesso di amore è un male che colpisce più spesso le donne

Les amants di René Magritte (1928)
Nell’antichità, e anche ai giorni nostri, la figura femminile è tradizionalmente considerata più facilmente preda di impulsi irrazionali

Si fa un gran parlare di femminicidio. Ma anche i grandi amori al femminile hanno spesso qualcosa di tragico e difficilmente comportano il lieto fine.
Medea, Elena, Didone, Arianna e le altre sono lì a dimostrarlo.
Sono tutte eroine travolte dall’amore passione, un amore estremo e distruttivo che le divora. Una caratteristica le accomuna: non sono portatrici di vita, sono tutte delle irregolari, non spose, non madri nelle forme tradizionali.

Medea, la maga, i figli li ha; tuttavia, pur amandoli teneramente, finisce per ucciderli, dopo aver già tradito, per amore di Giasone, la sua famiglia e il suo popolo, aver fatto a brani il fratello, aver ucciso la promessa sposa dell’amante fedifrago e il di lei padre.

Elena, attratta irresistibilmente da Paride, non esita a scatenare una terribile guerra decennale in cui troveranno la morte tanti nobili eroi e che finirà con la distruzione di un’intera città e lo sterminio di un popolo.

Didone si trafigge con la spada di Enea e muore invocando un vendicatore e promettendo eterna inimicizia tra il popolo dei Cartaginesi e i Romani, profezia di conflitti sanguinosi.

Ad Arianna va un po’ meglio: anche lei tradisce il fratello per amore di Teseo, che, per tutta riconoscenza, l’abbandona, sola e disperata, su un’isola deserta. Per sua fortuna passerà di lì il corteo di Dioniso che la farà sua compagna.

Esempio estremo è quello di Eco, la ninfa che si consuma per amore di Narciso, fino a quando di lei rimane solo una voce nel vento.

Perché figure tanto distruttive? Perché, ci ammonisce il mito, l’amore passione è una forza dirompente, selvaggia, anarchica, che tende a sovvertire l’ordine costituito: travolge le difese dell’onorabilità, della morale, non obbedisce a leggi, come canta Carmen, ed è quindi vissuto come pericoloso per la società.
E perché solo donne? Perché nell’antichità, e non solo, la figura femminile era considerata più vicina alla natura e più facilmente preda di impulsi irrazionali.

C’è un uomo che forse può essere incluso nel gruppo: Orfeo, inconsolabile per la morte dell’amata, il quale finirà sbranato dalle Menadi che, nella sua depressione abbandonica, ha respinto. Ma Orfeo è un poeta e, si sa, ai poeti è spesso attribuita una sensibilità femminile.

A fronte di queste figure tragiche, portatrici di morte, il mito ci propone esempi di donne vitali, figure rassicuranti di spose e di madri, come Penelope, che tesse e aspetta, come Creusa, che si sacrifica in silenzio perché si compia il glorioso destino di Enea, come Alcesti, modello di amore coniugale, che in un estremo, sublime atto di generosità, offre la sua vita al posto di quella del marito e commuove la Morte che la salva.

La saggezza del mito sembra metterci in guardia contro la passione: il pensiero degli antichi diffida di ciò che è eccessivo, che si sottrae al controllo della ragione. Non è l’amore a essere sotto accusa, ma l’eccesso di amore, l’amore che non conosce limiti, che travolge ogni difesa e porta alla rovina.

Ben lo sapeva anche Dante, che condanna Paolo e Francesca all’inferno non perché hanno amato, ma perché sono tra coloro che «la ragion sommettono al talento», subordinano la ragione al soddisfacimento delle loro pulsioni. Saggezza antica e etica cristiana convergono.

Il mito condensa in sé significati universali e forse parla anche al nostro tempo. Quante sono le donne che si rivolgono allo psicoterapeuta, distrutte da traumi sentimentali dovuti agli amanti, quasi sempre indegni, che le hanno trascinate in relazioni umilianti? Donne che amano troppo, fino a trascurare ogni difesa e ad annullarsi per il partner. Anche se oggi, in un’epoca in cui i generi sessuali tendono sempre più all’omologazione, questa sorte coinvolge anche molti uomini.

Forse si tratta dell’altra faccia, quella vittimaria, dell’aggressività maschile che arriva all’omicidio, come dimostra tanta cronaca quotidiana. La violenza non viene rivolta all’esterno, ma ricade sul soggetto, aggredendolo con la depressione e, nella sua forma estrema, portandolo al suicidio.

In tutte queste persone agisce un bisogno fusionale: la spinta a fondersi con l’altro, fino a perdersi in lui,

quasi ricreando il rapporto primario del quale non hanno superato la nostalgia, quello del bambino piccolo che non conosce ancora confine tra sé e il corpo della madre.

Crescere comporta per il bambino affrontare il processo di separazione, attraverso il quale si riconosce come individuo, ma prova anche il dolore di doversi confrontare con la propria solitudine.

Quello di ritrovare la completezza originaria è solo un sogno regressivo e l’illusione di riprodurre l’antica unione grazie a un oggetto d’amore totalizzante non può avere che esiti distruttivi. Un rapporto amoroso maturo si può costruire solo partendo dal riconoscimento dell’alterità irriducibile del partner e dalla consapevolezza di doversi inevitabilmente misurare con la solitudine, accettando la responsabilità di una vita adulta.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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