Sesso dappertutto, ma con internet l’autoerotismo è un rischio

PornHub è il sito web pornografico più popolare al mondo
La rete, con la sua massiccia offerta di provocazioni, minaccia la ricchezza e la soggettività delle pulsioni sessuali

Freud non è ancora stato smentito nel postulare che il raggiungimento della sessualità adulta o genitale è una conquista piuttosto faticosa del nostro sviluppo alla quale non tutti gli individui riescono ad accedere, e vi è così la possibilità che l’autoerotismo assuma delle caratteristiche psicopatologiche, ove resti l’unica esperienza sessuale possibile del soggetto. Di fronte a questa spinta istintuale calda e talora malamente governabile, in modo particolare nell’età adolescenziale, a noi, e ad alcune altre specie di primati (per esempio i Bonobo che vivono, se ricordo bene, nella foresta amazzonica), viene in soccorso proprio l’autoerotismo, che ci consente di sperimentare il nostro corpo sessuato e l’articolato mondo delle nostre fantasie erotiche.

L’autoerotismo infatti permette di sostare in queste prime, ancorché monche, esperienze sessuali in relativa sicurezza, cioè in compagnia esclusivamente di noi stessi, evitandoci la complessità dell’incontro con l’altro e la conseguente questione della relazione sessuale. L’autoerotismo è in tal senso naturale, fisiologico e benvenuto e i suoi ingredienti sono, effettivamente, i più semplici: un corpo sufficientemente maturo e sessuato e le fantasie del suo proprietario. Questi in estrema sintesi i due elementi dell’autoerotismo.

Rispetto al primo aspetto, è indubbio che internet non abbia inciso più di tanto sul corpo degli adolescenti, mentre appare interessante – ma complicato – riflettere su quanto e come la loro vita di fantasie erotiche venga influenzata – e modificata? – dall’inesauribile disponibilità di immagini pornografiche e dalla possibilità di rendere pubbliche, visivamente e non solo, le loro prime esperienze sessuali. Partiamo intanto dalla constatazione più semplice. La parola autoerotismo contiene in suffisso “auto” che indica che l’individuo possiede capacità di autonomia non solo concreta e corporea ma anche psichica nel soddisfare il proprio desiderio erotico.

Da questo punto di vista, volutamente riduzionistico, potremmo sostenere che maggiore è il ricorso a stimoli e immagini esterne per la ricerca dell’eccitazione erotica, minore è la capacità di autonomia sessuale. Se risulta necessario un presidio esterno per innescare la propria fantasia sessuale, e dunque l’eccitazione, significa che il ragazzo ha perso la capacità di pescare dal proprio interno, che qualcosa si è impoverito, oppure, ancor peggio, che qualcosa non si è del tutto sviluppato. E il ragazzo o la ragazza si trovano così a dipendere da uno stimolo esterno (e dalle persone che lavorano per produrre ad hoc proprio quello stimolo), in una spirale perigliosa, come può sempre accadere quando il rapporto di dipendenza è sbilanciato su una delle due polarità.

Se sto estremizzando il discorso, poiché è evidente che la fantasia viene accesa anche da stimoli esterni e non solo da quelli che provengono dalla mente dell’individuo, è perché vorrei sottolineare da un lato le dimensioni del fenomeno (un conto è eccitarsi sbirciando o annusando, come nella memorabile scena del film C’era una volta in America, un conto è avere facilmente a disposizione immagini hard, dirette, estranee ed esplicite, che nulla lasciano all’immaginazione, alla fantasia, alla soggettivazione), dall’altro perché mi sembra si corra proprio il rischio di impoverire le fantasie erotiche stesse. Per dirlo con una metafora ecologica, non vorremmo assistere a una riduzione della biodiversità interna nella nostra mente per una minore ricchezza e “soggettività” delle fantasie sessuali, cervelli appiattiti e “conformati” dalle stesse immagini sessuali, immagini uguali per tutti, non più fantasticate ma immediatamente viste e reiterate. Come se i nostri adolescenti potessero scoprirsi d’incanto meno equipaggiati nei confronti delle sfide della loro futura vita amorosa ed erotica, perché fin dal tempo dello loro prime esperienze autoerotiche si sono trovati a dipendere da immagini provenienti dall’esterno, confezionate per essere rapidamente consumate e sostituite con altro, mentre la loro fantasia erotica non si sviluppava oppure si impoveriva.

Allargando il discorso, più in generale, alla sessualità tra i ragazzi in questo nostro tempo della rete, prenderei spunto da quanto scrive il filosofo nordcoreano Byung-Chul in merito alla dittatura dell’immagine (e dell’evidenza) che contraddistingue la nostra epoca: «La società della trasparenza è una società ostile al piacere. Piacere e trasparenza non si conciliano all’interno dell’economia del piacere umano. La trasparenza è estranea all’economia libidica. Ciò che accende il desiderio e intensifica il piacere è proprio la negatività del segreto, del velo e dell’occultamento…

L’evidenza non tollera il sedurre, ma solo il produrre… Giocare con l’ambivalenza e l’ambiguità, col segreto e col mistero, accresce la tensione erotica.

La trasparenza e l’univocità sarebbero la fine dell’eros, ovvero la pornografia. Non è un caso, quindi, che la odierna società della trasparenza sia al tempo stesso una società pornografica».

Forse possiamo permetterci una visione meno drammatica e radicale di quella espressa dal filosofo, ma alcuni dati che emergono dall’osservazione del presente sono in effetti piuttosto preoccupanti. È ormai infatti sotto gli occhi di tutti, dati alla mano, che la sessualità è vissuta da un’ampia fetta di giovani occidentali in modo sempre più disinibito, in età sempre più precoce e, soprattutto, sempre più spesso associata all’uso di alcool e pasticche.

È sorprendente per esempio (o forse no? Bisognerebbe partire proprio da qui se noi adulti volessimo essere un poco meno ipocriti: in fondo gli adolescenti fanno di tutto sia per distinguersi dai grandi che per imitarli) che l’uso del Viagra non sia esclusivo appannaggio della popolazione adulta e anziana ma che ne facciano largo uso anche gli adolescenti e constatare che, nell’arco di poche generazioni, il problema dell’eccitazione si è come capovolto: dall’imbarazzata gestione sociale di improvvise, incontrollate e visibili erezioni, alla insicurezza per la propria giovane virilità, cercando rimedio all’esterno, nella protesi che il farmaco rappresenta.

Oppure possiamo osservare cosa avviene nella comunicazione tra loro in relazione a quanto “offre” la rete. Per esempio la pratica del sexting (sex + texting) che è ormai ampiamente diffusa nella vita dei nostri ragazzi: essi si scambiano messaggi sessuali tramite l’uso di WhatsApp; in questo genere di scambi troviamo linguaggi cifrati molto spinti come “Pcc” (pompino con…) oppure “Baby doccia” (che definisce quelle ragazze che fanno sesso con la stessa frequenza con cui fanno la doccia), con una baldanza e una crudezza che lasciano sbigottiti. Sesso e affetto sono più che mai scissi, così come sparisce il senso del pudore e la dimensione della privatezza, perché queste performance sono pensate per essere condivise – ma io direi esibite – in rete, mediante video o altro, in una disinvolta corsa al conformismo prestazionale, quasi si trattasse di un’impresa ginnica da esibire a tutti e non, comunque, di una esperienza vissuta da due persone. In altre parole, “pubblico ergo sum”.

E si potrebbe aggiungere che anche nell’ambito della sessualità, come in moltissimi altri di questa nostra contemporaneità, viene a mancare l’esperienza del limite e il mantra “tutto è possibile” rende i giovani (e non solo) sempre più voraci di esperienze sessuali bulimiche, godute ma non vissute perché devitalizzate. Una sorta di dissipazione consumistica dell’esperienza sessuale che la rete favorisce, come avrebbe detto Lacan.

D’altronde alcuni idoli dei nostri ragazzi, dietro ai quali si cela, ben nascosto ai loro occhi, l’interesse economico dell’industria dell’entertainment governata dagli adulti, non lesinano a mostrarsi in pose hot, etero o omosessuali, come i figli di Bruce Willis o la famosissima ex-coppia d’oro del pop, Justin Bieber e Selena Gomez, che fanno parlare di sé per i continui ricoveri in cliniche di disintossicazione e per immagini hard.

Sembra quindi possibile ipotizzare che in Occidente buona parte dell'”educazione” sessuale venga delegata a internet, essendosi ridotto sempre più il contributo della famiglia e di altre agenzie istituzionali come la scuola o la chiesa.

L’auspicio è allora che la fantasia erotica, patrimonio mentale di una ricchezza straordinaria, non si estingua di fronte all’accecante pervasività di immagini che ipersaturano la nostra corteccia visiva e che l’autoerotismo possa rimanere ancora a lungo una innocua palestra gratuita, propedeutica per una vita sessuale gratificante e imprevedibile.

Bibliografia

J. Diamond, Perché il sesso è divertente, Ed. BUR

Byung-Chul, La società della trasparenza, Ed. Nottetempo

Roselina Salemi, Teenager fast sex, inserto «D» di «Repubblica», n. 950, 1 agosto 2015

Luca Gaburri

Psichiatra

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