La scienza non è democratica: sui vaccini chi non sa stia zitto

I genitori devono ricevere informazioni corrette ma su certi temi di salute devono ammettere la propria inadeguatezza

La scienza non è democratica, e meno male.
Se come cittadini siamo tutti uguali, nei campi di competenza specifica smettiamola di crederci tutti sullo stesso piano. La parola di un biologo, di un immunologo, di un medico, che hanno al loro attivo anni dedicati allo studio e alla ricerca, non può avere lo stesso valore del parere di una persona il cui sapere medico deriva dalla lettura dei bugiardini o dalle notizie ricavate dal web e dalle pagine divulgative dei media.

La medicina, ma lo stesso vale per tutte le discipline scientifiche, non è materia nella quale tutti possano interloquire in un confronto alla pari. Non si tratta di discutere la formazione di una squadra di calcio, di discettare su questo o quel programma politico o di dividersi sul giudizio di un fatto di cronaca, né le questioni si possono risolvere cliccando su un like.

Quando sono in gioco argomenti seri come la salute, è doveroso affidarsi alla competenza e non alle chimeriche promesse di pifferai magici o alle dicerie che parlano di oscure manovre complottistiche.
Non ci dovrebbe essere spazio né per tuttologi né per professionisti del sospetto, che purtroppo raccolgono invece tanti seguaci a teorie non suffragate da prove scientifiche.

Il problema si ripropone puntualmente in occasione di cure miracolose per malattie mortali e, attualmente, per quanto riguarda la pericolosità dei vaccini.
L’opposizione di genitori a che i figli vengano vaccinati è difficilmente giustificabile.
Certo, esistono leggende su eventuali gravissimi effetti collaterali, puntualmente smentite, dati alla mano, dalla comunità scientifica. Si diffondono voci che ipotizzano oscuri complotti delle industrie farmaceutiche per lucrare profitti vendendo prodotti inutili, se non dannosi, idee nelle quali non è difficile vedere l’emergere di un pensiero paranoico.

La soluzione del problema è compito della politica che deve legiferare in proposito, ma possiamo interrogarci su quale sia il tipo di genitore che sottrae i figli alla vaccinazione.
Si tratta spesso di un genitore che non considera i figli individui autonomi, ma proprie appendici: egli solo sa, empaticamente, cosa sia bene per loro e quindi per loro agisce, impermeabile ai pareri e ai consigli degli esperti. Indifferente anche al suo dovere civico, che gli imporrebbe di non recare danno a tutti coloro che, per la sua scelta, vengono messi a rischio di contagio.

L’ignoranza non sempre giustifica: molti di questi individui non sono degli sprovveduti, ma piuttosto persone convinte di combattere una nobile crociata e di sfidare oscure minacce per il trionfo della verità.

Se le convinzioni di partenza sono queste, è difficile recedano dal loro intento. Sordi a qualsiasi ragionevole richiamo, niente può scalfire la loro determinazione a far valere la paterna o materna potestà, la scelta privata e individualista da difendere anche per mezzo del ricorso alla magistratura, come si è visto in alcuni episodi del passato.
Da questi comportamenti emergono la mancanza del senso di appartenenza a una comunità e il rifiuto di accettare gli obblighi che questo comporta.

No, la scienza medica non è affare di democrazia, tanto meno di democrazia diretta, e la salute dei bambini è cosa troppo seria per essere condizionata da decisioni emotive frutto di dicerie irresponsabili. È giusto che ciascun genitore rivendichi il diritto a ricevere una informazione corretta, fatta in termini chiari e comprensibili, ma che anche riconosca con umiltà la propria inadeguatezza rispetto a un sapere a lui estraneo e si affidi con fiducia e rispetto a professionisti che operano sulla base di studi e sperimentazioni condivisi dalla comunità scientifica internazionale.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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