La mia amica Veronica è impazzita: vuole partorire in casa

Il parto in casa di Natalie. Foto Nicole Heidbreder
La sua decisione mi sembrava assurda, antistorica e pericolosa; poi ho cercato di capire e devo ammettere che a certe condizioni...

«Mia figlia nascerà in casa!» Quando la mia amica Veronica mi annuncia di voler partorire tra le mura della sua camera da letto, prima ancora delle domande, dei dubbi e delle paure, ho un solo e definitivo pensiero: «Ok è andata, è impazzita». Eppure è una donna intelligente, ha già un figlio e non è una persona avventata. Scopro così, mentre la pancia di Veronica cresce, non solo che la tendenza a partorire in casa è in aumento, ma che le altre mamme le somigliano molto: anche loro tra i 30 e i 40 anni, con una cultura di livello medio-superiore, e spesso con una precedente esperienza di gravidanza ospedaliera non troppo felice. Nascere in casa, o all’interno di Case Maternità gestite da un’équipe di ostetriche, non è qualcosa di improvvisato come avevo immaginato, ma una decisione sottoposta a un severo protocollo di sicurezza, che esclude le gravidanze a rischio, monitora rigorosamente la buona salute della madre durante tutti i 9 mesi e prevede che l’ospedale non disti troppo dal domicilio. Una serie di precauzioni che non possono comunque evitare il rischio di imprevedibili complicanze e infezioni, che in ospedale potrebbero essere più facilmente gestite.

Per trovare una prima risposta a questa fuga dalle sale parto può essere utile guardare ai dati sull’elevato tasso di medicalizzazione cui sono sottoposte le gravidanze oggi in Italia

Il numero dei parti cesarei sfiora il 38% (contro il 10-15% raccomandato dall’OMS) con punte che superano il 60% in alcune regioni come la Campania.

Un intervento chirurgico, il cesareo, che spesso non risponde a una reale necessità clinica, ma a esigenze organizzative – vista la possibilità di essere programmato – e di medicina preventiva, che tutelano il professionista da eventuali complicazioni di un parto naturale. Talvolta è la paura del dolore a indurre alcune donne a chiedere il cesareo, timore che solo 2 italiane su 10 riescono a veder accolto con l’analgesia epidurale, contro le 7 francesi e le 9 americane. Se l’ambiente medico si rivela incapace di rispondere a questa paura, ciò che rimane è solo una trafila di esami e accertamenti lungo il cammino verso il parto, che trasformano la futura madre in una paziente sino al ricovero, dove – se non subirà un intervento – partorirà con lo stesso dolore provato da sua madre o da sua nonna, in un luogo dove qualcuno deciderà quante persone potranno starle accanto e quanto tempo potrà trascorrere con suo figlio nei giorni successivi.

Per partorire con dolore allora è comprensibile che sempre più donne desiderino farlo in un ambiente protetto e familiare, al fianco delle persone care, con la possibilità di stare vicino al proprio bambino sin dal primo istante di vita. Dietro questa scelta di naturalità si nasconde però anche il desiderio profondo di marcare il momento della nascita con una sacralità che l’ambiente asettico di una sala ospedaliera tende a sopprimere, un modo per mostrare come con il parto non avvenga solo la nascita di una nuova creatura, ma anche il passaggio della madre a una nuova fase della propria vita. Come nei riti di passaggio degli antichi, in cui si segnava la transizione a uno stadio evolutivo successivo attraverso un rituale spesso contraddistinto anche dal dolore, così migliaia di donne oggi decidono di vivere questo momento come occasione per affermare una rinnovata forma della propria identità, in fuga da un ambiente che le fa sentire malate. Guardo Veronica abbracciare sua figlia, circondata da suo marito, nel calore di una stanza della Casa Maternità che somiglia alla sua camera da letto, e mi sembra già cambiata.

Luisa Piroddi

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

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