La burocrazia è un buon alibi per chi ha paura della responsabilità

Sono pieni gli uffici di funzionari ottusi che si richiamano a norme ancora più ottuse. Me ne è capitato uno che mi ha fatto pena

Dopo aver atteso a lungo il colloquio richiesto, il 5 ottobre alle ore 10.30 vengo convocato in Regione Lombardia dal funzionario competente per discutere il problema del personale delle comunità terapeutiche Lighea da me dirette.
Attraverso un percorso accidentato tra metal detector, ascensori prenotati, interminabili corridoi, arrivo, accompagnato da due miei collaboratori, alla stanza indicata, dove vengo accolto da un cordiale funzionario al quale espongo in modo vibrato le mie difficoltà.
Una recente norma regionale mi ha infatti obbligato ad assumere per le mie comunità operatori sociosanitari (OSS), personale comunemente usato nelle case di riposo per l’assistenza ad anziani non autosufficienti: in pratica dovrei licenziare gli psicologi dei quali mi valevo precedentemente.
Faccio presente al funzionario che gli ospiti delle mie comunità hanno un’età media di 28 anni, sono pazienti con patologie psichiatriche e gravi problemi di personalità, ma non hanno handicap fisici: possono perciò trarre beneficio dalla assistenza di personale con una buona preparazione psicologica, mentre non hanno alcun bisogno di badanti.
Mi aspetto qualche obiezione. Invece, con mia sorpresa, il funzionario esprime la sua piena partecipazione alla mia protesta e anzi si spinge a definire assurdo l’obbligo della presenza dello psichiatra, per alcune ore giornaliere, all’interno di strutture di piccole dimensioni (8-10 ospiti) e di tipo familiare.
«È fatta», penso, «Finalmente una persona sensibile e competente che risolverà i miei problemi!»
Invece lui adesso allarga le braccia e comincia a parlare della NORMA: «La NORMA, sa, la NORMA purtroppo… la NORMA prevede…»

Infine, dopo avermi letto e riletto la norma, mi congeda con espressione accorata: «Ha ragione! Ragione! Ragione!»
Sono uscito confortato da quel «Ha ragione, ragione, ragione!» proclamato a gran voce dal funzionario comprensivo e solidale. In seguito, mentre vagavo per corridoi labirintici, scendevo scale che non portavano in nessun luogo, venivo respinto dall’ululato di allarmi all’apertura sconsiderata di ipotetiche porte di uscita, risalivo alla ricerca di ascensori, ho incominciato a pensare che

sarebbe stato meglio incontrare un funzionario più ottuso, convinto assertore e rigido difensore della NORMA: così avrei potuto scontrarmi in un confronto dialettico serrato e scaricargli addosso la mia rabbia piuttosto che trovarmi davanti un muro di gomma

che amabilmente assorbiva le mie recriminazioni proclamandosi d’accordo. Nemmeno la soddisfazione di poterlo insultare!
Poi, a poco a poco, ho preso a considerare la sorte del mio cortese interlocutore, responsabile del personale senza effettiva responsabilità, incapace di opporsi a una NORMA che considera assurda, timoroso di agire e di assumersi una qualche iniziativa autonoma, e la rabbia si è tramutata in pena.
Forse cerca di riscattare il vuoto della sua non esistenza giocando in casa il ruolo di padre severo e marito esigente, o forse anche nell’intimità domestica è oggetto di discredito e la mattina, guardandosi allo specchio, vede solo una silhouette vuota.
Mentre, impegnato nel labirintico andare, mi abbandonavo a questi pensieri, ho incrociato una signora alla quale, dopo aver chiesto la strada per uscire, non mi sono tenuto dal domandare: «Come si trova a lavorare qui?» «Vado in pensione tra due mesi!» mi ha risposto già lontana, dileguandosi rapidamente.
Allargando la riflessione, ho visto in questo episodio che mi ha coinvolto l’esempio di quella paura della responsabilità che sembra caratteristica della nostra classe dirigente. Di fronte a qualsiasi problema si assiste a un rimpallo di competenze che di fatto paralizza: nessuno può, nessuno deve, nessuno vuole decidere. Alla responsabilità personale si va sostituendo l’irresponsabilità diffusa, che si traduce nella condivisione fittizia di regole assurde.
Visto dalla parte del cittadino, che ne è spesso vittima, tutto ciò genera rabbia impotente e discredito nei confronti delle istituzioni.
Quanto al burocrate, può trovare vantaggioso nascondere l’inerzia dietro lo scudo della NORMA, perché chi non agisce non sbaglia, ma la sua immagine ne esce svilita, cosicché la rinuncia a un ruolo incisivo si paga con la perdita di identità e di dignità professionale, sostituite da cieco ossequio alle procedure.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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