Insegnare è un’arte difficile che protegge dalla violenza

Un bravo docente deve saper entrare nel mondo dei ragazzi, che a volte è inospitale, spesso incomprensibile persino a loro

A scuole finite, dunque a bocce ferme, possiamo ragionare con calma su un tema che, fino a qualche anno fa, sembrava impensabile: la violenza degli studenti nei confronti dei loro insegnanti. Alunni che minacciano professori perché esigono un voto assolutamente non consono alla loro scarsa preparazione, studenti che legano, picchiano, umiliano i loro docenti, genitori che se la prendono con gli insegnanti perché hanno osato rimproverare i loro teneri virgulti o, addirittura, dare loro un’insufficienza.

Ai miei tempi, peraltro non remoti, tutto ciò era inconcepibile: il parere della maestra o del professore non sarebbe mai stato messo in discussione, né da noi studenti, né dai nostri genitori. E se un insegnante ci avesse dato il brutto voto che meritavamo (e con cui sicuramente non saremmo stati d’accordo perché, si sa, quale alunno dà ragione a un professore, in questi casi?), a casa ci avrebbe aspettato pure il rimprovero di mamma e papà.
Ma non voglio discutere sui cambiamenti sociologici che hanno ribaltato la posizione dell’insegnante da protagonista di rilievo sociale a comprimario bistrattato e irrilevante.

Vorrei invece soffermarmi sull’importanza del lavoro dell’insegnante, un mestiere difficile per tanti motivi. Forse un lavoro non per tutti, più probabilmente un’arte.

Quando si pensa a un docente, si dà per scontato che la parte fondamentale del suo lavoro la giochi la preparazione: un insegnante competente, che conosce bene la sua materia, che sa di cosa parla, è un bravo insegnante. E allora via con corsi di aggiornamento, titoli di studio da inserire nel curriculum, ore trascorse a ideare progetti o a cercare le più accattivanti strategie didattiche, dimenticandosi, a volte, della componente fondamentale del suo lavoro, che va ben oltre la capacità di trasmettere nozioni e la velocità a correggere compiti in classe: la relazione con gli studenti.

Perché piacerebbe sicuramente a tutti avere degli studenti attenti, preparati, che pendono dalle labbra del docente, che prendono appunti, che approfondiscono, che fanno domande, che apprendono come spugne. Insomma, studenti che svolgono al meglio il loro ruolo, quello di studiare.
Ma la realtà è ben diversa, e spesso ci si trova ad avere a che fare con studenti poco motivati, disattenti, poco seri, poco intelligenti. Insomma, persone, perché di persone si tratta, non solo di cognomi sul registro o di voti in pagella, che costringono a mettersi in gioco innanzitutto a livello umano. È proprio qui che entra in gioco la parte difficile e appassionante di questo lavoro, che impone di trovare una chiave per entrare in relazione con gli studenti oltre che stare al passo con il programma del Ministero. Impone cioè di scendere dalla cattedra e avvicinarsi, creando quella giusta distanza che permetta di essere autorevoli senza fare gli “amici”.

Insomma, figure di riferimento prima di tutto umano e poi professionale. È faticoso superare la barriera difensiva del «spiegare, ho spiegato, adesso tocca a te imparare» per entrare in un mondo, quello dei ragazzi, che a volte è inospitale, spesso incomprensibile persino a loro, sicuramente complesso. D’altro canto, insegnare deriva dal latino in-signare, cioè lasciare il segno: cosa che va ben oltre la trasmissione del sapere in sé.
Per questo motivo, quello dell’insegnante può diventare un lavoro molto usurante, come ogni lavoro di relazione che implica il mettersi costantemente in discussione: un lavoro complicato che non si deve affrontare da soli. Il docente che tiene una lezione fa parte di un gruppo, di una squadra, e in una squadra ci si aiuta, nessuno viene lasciato indietro.

In un consiglio di classe c’è sicuramente un membro più debole, magari inesperto o spaventato, ma ci sono anche colleghi più sicuri che possono supportarlo, facendo squadra; e questo va a vantaggio non solo dell’insegnante, ma anche degli studenti.

Giuseppina Velardo

Psicologa e Psicoterapeuta. Si occupa di terapia familiare, di coppia e del singolo individuo. Collabora con Fondazione Lighea Onlus.

3 Comments

  • D’accordissimo su tutto. Insegnare è un’arte e chi fa arte ha una grande sensibilità,qualità che occorre per entrare in relazione con gli alunni e creare con loro un rapporto di reciproca fiducia e rispetto

  • Sinceramente nella mia esperienza ho trovato alcune scuole inospitali, dove non c’era nessun supporto nei confronti del docente neo arrivato e anzi si tendeva ad instaurare un atteggiamento competitivo del tipo: io ce la faccio e tu no. Erano scuole con personale tendenzialmente piuttosto giovane, quasi che il modello competitivo in cui siamo stati immersi negli ultimi decenni li avesse del tutto permeati, anche in un ambiente come quello pubblico. Non c’era nessuna condivisione dei problemi che anzi passavano tacitamente come inesistenti. Si capisce come molto forte dovesse essere la sensazione di isolamento. Secondo me non deve passare l’idea che la scuola e i docenti, giusto perchè docenti, sono tutti belli e bravi, ma ci sono pratiche esemplari e altre no, docenti disponibili alla condivisione e altri, che forse perchè viziati dalla posizione di potere nei confronti dello studente, non lo sono per nulla.

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