In vacanza impariamo a coltivare l’ozio, prezioso e pericoloso

Nel timore che i bambini si annoino, gli riempiamo l’estate di impegni: un errore che rispecchia da parte degli adulti la paura del proprio vuoto interiore

Ai tempi del ginnasio, un giorno, la mia professoressa di latino e greco, illustrandoci le particolarità di alcuni verbi, si soffermò su “vacare”, che significa “essere libero da” e ci ricordò che la parola “vacanza” deriva proprio da lì.
In effetti, in vacanza siamo liberi. Liberi da impegni, liberi da scadenze, liberi da problemi. In teoria. Ma è davvero così?
Quando ero piccola, ricordo che le mie vacanze e quelle di molti miei amichetti non erano molto articolate, il loro schema si ripeteva uguale per tutti: un mese al mare o in montagna o al lago, un mese dai parenti. In quell’arco di tempo si alternavano i momenti dedicati (nostro malgrado) ai compiti delle vacanze, quelli di frenetiche attività di divertimento e quelli di lunga nullafacenza.
Era proprio la fase non programmata e non organizzata quella che si rivelava più proficua, in cui nascevano improvvisazioni di giochi in solitaria o con gli amici, o in cui si coltivava la sottile trepidazione dell’attesa di qualcosa che, invece, avevamo progettato per qualche ora o giorno più in là.

Oggi, al contrario, si avverte la necessità impellente da parte dei genitori di organizzare per i loro pargoli in vacanza un programma fittissimo di attività (spesso demandato ad agenzie) come fosse una agenda di lavoro: e il campus sportivo, e il campus di lingua straniera, e il campo scout, e la gita ogni giorno in un luogo diverso, in un susseguirsi rocambolesco di “cose” da fare, di esperienze da vivere. Un impegno che, arrivato settembre, necessiterebbe di un periodo di vacanza per riprendersi.
Come se l’imperativo categorico fosse: “intrattenere”. Nel timore che il bimbo si annoi, riempiamogli di attività tutta la giornata, nella convinzione che più esperienze fa, più diventa intelligente e vivace. Ma ci siamo chiesti che cosa rimanga davvero impresso ai nostri figli, che cosa questi riescano ad elaborare, delle mille vicissitudini accumulate durante le vacanze?
In realtà,

è probabile che l’eccesso di attività pregiudichi la capacità dei bambini di vedere ed esplorare sé stessi e il mondo con un minimo di profondità.

Teresa Belton, scienziata inglese esperta di problematiche relative all’infanzia e all’apprendimento, ha studiato la fanciullezza di scrittori e artisti, evidenziando come spazi vuoti e noia nella loro infanzia li abbiano portati a prestare più attenzione alle loro inclinazioni, portandoli a sviluppare la loro genialità.

I genitori di oggi sembrano terrorizzati dalla prospettiva del vuoto, che sentono di dover controllare come se l’assenza di stimoli fosse una sorta di buco nero da colmare assolutamente. Ma il vuoto non è necessariamente “thanatos”, morte, anzi: è una possibile espressione di “eros”, di vita che nasce, di creatività, scoperta, immaginazione: solo la lentezza e la mancanza di distrazioni acuiscono la sensibilità e aumentano il grado e l’intensità dell’attenzione.

Probabilmente, la necessità di riempire ogni momento della vacanza dei nostri fanciulli con qualcosa da fare rispecchia la paura che noi adulti abbiamo del vuoto che potremmo sperimentare noi, in una vacanza intesa davvero nel suo senso etimologico; la libertà del dolce far niente è difficile da amministrare: cosa ci succederebbe se, finalmente, lasciassimo da parte il cellulare, le e-mail di lavoro, il tablet, i mille frenetici impegni della vita quotidiana e ci rilassassimo davvero? Nelle distese sconfinate della noia, nell’assenza di stimoli, potremmo decidere le cose davvero importanti, su cui soffermarci. Forse saremmo costretti a guardarci dentro, a pensare, a riflettere su cosa ci piace o no della nostra vita, a tirare le somme. Una riflessione che potrebbe rivelarsi dolorosa, perché ci potrebbe condurre a rivedere o addirittura abbandonare alcune nostre certezze.

Ma siamo davvero così coraggiosi da abbandonarci del tutto all’otium e alla possibilità di conoscere qualcosa in più di noi stessi?

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Giuseppina Velardo

Psicologa e Psicoterapeuta. Si occupa di terapia familiare, di coppia e del singolo individuo. Collabora con Fondazione Lighea Onlus.

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