In questa società liquida si è sciolto il mito dell’auto

Sono sempre di più i giovani che rinunciano alla patente o che preferiscono il car sharing all’auto di proprietà

«Vengo a prenderti stasera/ con la mia Torpedo Blu/ l’automobile sportiva/ che mi dà un tono di gioventù», cantava Giorgio Gaber.
Invece, qualche anno fa, venne a prendermi un ragazzo, la sera della nostra prima uscita, sulla Smart del carsharing. L’effetto, non vogliatemene, non fu certo lo stesso.
Romanticismo che scende sotto le ginocchia a parte, le statistiche ci danno dei dati interessanti, sui quali vale la pena farsi qualche domanda: oggi prendere la patente, per un ragazzo, non è più una priorità: uno su quattro la prende a 18 anni, gli altri aspettano fino ai 21 e oltre. Nel Sud Italia la percentuale di diciottenni patentati è del 35%, forse anche a causa della difficoltà a muoversi con i mezzi pubblici; in alcune regioni del Nord, invece, è del 14%. Nel 2016 sono state emesse 980.000 patenti, il 23% in meno rispetto al 2008. Un altro dato interessante è che i giovani, oggi, preferiscono spostarsi con la mobilità condivisa, invece di contare su un’automobile propria.

Fino a qualche decennio fa l’automobile era il simbolo dell’emancipazione, della libertà, dello status di adulto. Avere una macchina era da “fighi” e forniva, tra l’altro, una serie di allettanti prospettive di divertimento a cui non si aveva facile accesso se ancora non patentati. Allo scoccare dei 18 anni il regalo dei genitori per la maggiore età dei figli era, spesso, il corso di scuola guida. Nella mia classe, alle superiori, coloro che avevano compiuto 18 anni e si erano prontamente iscritti al corso erano guardati con ammirazione e un pizzico di mistero da quelli che ancora versavano nella svantaggiata condizione di minorenni, specie quando portavano in classe il libro con i famigerati test a crocette degli esami scritti.

Come mai, invece, oggi la patente sembra non riscuotere più questa attrattiva, sembra non costituire più una priorità per i giovani?

E perché possedere un’auto non è più così importante come lo era fino a una quindicina di anni fa?
Ovviamente ci sono spiegazioni molto concrete che riguardano i costi dell’acquisto e del mantenimento di una vettura, in un momento storico in cui è molto difficile trovare un lavoro stabile e pagato decentemente; ma ci si può soffermare anche sul significato simbolico che può avere l’automobile e l’uso che se ne fa.

Fino a ieri, abbiamo detto, l’automobile forniva uno status da adulto, un’idea di stabilità: ci si sentiva realizzati socialmente quando si aveva un lavoro, una casa, una macchina. E le possibilità di raggiungere questi obiettivi erano molto più alte rispetto ai nostri giorni, pieni di precarietà e di instabilità , non solo da un punto di vista lavorativo ed economico, ma anche relazionale. Oggi viviamo in una società liquida, come sosteneva Bauman, in cui «il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza è l’unica certezza». Con uno stile di vita così fluido, mutevole e improntato all’assenza di vincoli, l’automobile diventa qualcosa a cui si rinuncia con facilità; essa, infatti, può essere considerata un vincolo a tutti gli effetti: un po’ perché occorre prendersene cura (bollo, assicurazione, manutenzione, parcheggio, benzina…) e non tutti possono permetterselo, un po’ perché è un investimento, quindi una sorta di punto fermo in un marasma di esperienze, lavori più o meno stabili e relazioni anch’esse più o meno stabili e il suo acquisto, sotto sotto, pone alcune ansiogene domande sul proprio futuro: ho 35 anni e voglio comprare una macchina: ne prendo una piccola, comoda, maneggevole, pensando alle mie esigenze? O magari, chissà?, arriverà il momento in cui metterò su famiglia e allora non sarebbe meglio, in questa prospettiva, comprane una che possa trasportare me, il mio compagno, i nostri figli e le nostre valigie?
Per eludere il tutto, meglio allora utilizzare i servizi di mobilità condivisa, che ci permettono di sentirci indipendenti e liberi di muoverci, usando un’auto che non è la nostra e della quale, in fin dei conti, non dobbiamo prenderci troppa cura, se non quella di non danneggiarla.

Un altro aspetto interessante riguarda il concetto stesso di viaggio: oggi molti diciottenni chiedono, come regalo di compleanno, non più il corso per la patente, ma smartphone, tablet, computer. Tutti mezzi che, in effetti, permettono di viaggiare, non più fisicamente, ma digitalmente. È come se ci si riunisse nella piazza virtuale dei social network e non più in quella del paese o del quartiere: quindi a che serve una macchina, se per spostarmi e sentirmi libero posso usare il mio smartphone?

Giuseppina Velardo

Psicologa e Psicoterapeuta. Si occupa di terapia familiare, di coppia e del singolo individuo. Collabora con Fondazione Lighea Onlus.

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