In mancanza di modelli forti diventano attraenti quelli di Gomorra

Ecco perché in concomitanza con la messa in onda delle gesta di camorra aumenta in modo preoccupante la criminalità giovanile

Nei mesi scorsi, in concomitanza con la messa in onda di una nota serie televisiva italiana ambientata nel mondo della camorra, sono state pubblicate, da tv e giornali, notizie allarmanti riguardanti azioni criminali (pestaggi, omicidi) messe in atto da bande di giovani specialmente nel sud-Italia, veicolando, quindi, una sorta di collegamento tra la serie tv e lo scoppio di violenza nella vita reale.

Il fatto è che, però, molte serie tv oggigiorno propongono scenari di violenza; prendiamo per esempio “Il trono di spade”, una serie ambientata in un medioevo fantastico in cui sono rappresentate, in maniera cruda e dettagliata, scene di incesto tra fratelli, di personaggi che fanno esplodere a mani nude la testa dei loro nemici, di avvelenamenti, stragi, stupri, omicidi. Una serie in cui regna l’ambiguità e in cui nessun protagonista si salva del tutto: nessuno è totalmente buono e nessuno è totalmente cattivo. Però dai mezzi di informazione non sono arrivate notizie riguardanti picchi di violenza, in concomitanza con la trasmissione delle numerose stagioni di questa serie, anche se in Italia si registrano comunque omicidi e stupri: nessuno, tuttavia, ha mai chiamato in causa un possibile collegamento tra queste efferatezze e i personaggi che lottano per salire sul trono di spade.
E allora? Perché “Il trono di spade” no e “Gomorra” sì?

Ci può aiutare la teoria dell’apprendimento sociale, elaborata da Albert Bandura negli anni ’60. Lo studioso canadese ha cercato di spiegare come le persone imparano qualcosa, e per farlo ha sottolineato l’interazione tra l’allievo e l’ambiente in cui vive. Sostanzialmente, per Bandura il soggetto apprende osservando e imitando l’ambiente sociale: può apprendere o attraverso una persona-modello, o attraverso una ingiunzione verbale, oppure attraverso un medium simbolico, come un libro o un film. Ciò, però,

non significa che imitiamo in maniera acritica tutto quello che ci circonda, perché in realtà operiamo una selezione dei comportamenti da apprendere,

selezione mediata da alcuni importanti fattori come l’ambiente, che può incoraggiare o scoraggiare la messa in atto di determinati comportamenti di imitazione, l’attenzione, che deve essere catturata dal comportamento che poi si imiterà, e la motivazione, cioè la volontà di replicare un comportamento visto da altri, osservando anche quali ricompense ottengono coloro che attuano quel determinato comportamento.

Tornando alle nostre serie tv, quindi, l’ambientazione de “Il trono di spade” è molto lontana dalla nostra realtà, è pura fantasia, pertanto non ce ne sentiamo influenzati, perché è difficile identificarci con i suoi personaggi e le sue vicende, mentre “Gomorra” racconta circostanze che ci sono molto vicine, in un ambiente che ci appartiene.
In un contesto socioculturale fragile e povero, dove la legge prevalente è quella del crimine, la visione di una serie tv in cui viene rappresentato solo il male, in cui ci sono solo personaggi negativi, in cui le sole regole vigenti sono quelle della violenza, della sopraffazione e della morte e non viene rappresentato il bene (lo Stato che combatte questo fenomeno) può più facilmente condizionare una persona fragile e “legittimare” un comportamento criminale, tanto più che in questa serie le conseguenze delle azioni negative dei protagonisti sono positive per chi le mette in atto, in termini di potere e rispetto. L’emulazione è tanto più probabile quanto più gli spettatori possono identificarsi con i personaggi, con le loro situazioni e i loro problemi. E se consideriamo che in “Gomorra” i personaggi sono tutti negativi, alla fine giocoforza è scegliere tra i cattivi il personaggio che ti piace di più.

Questo problema non riguarda solo i giovani provenienti da ambienti deviati, ma i giovani in generale, che sono i primi fruitori di serie tv, di social network, che si guardano attorno alla ricerca di modelli da imitare e a cui ispirarsi, modelli che a volte non riescono a trovare tra le persone a loro vicine, in genitori troppo spesso impegnati a fare gli amici dei figli, che non riescono ad imporre regole e limiti nel timore di non venire apprezzati. Allora forse un personaggio che nella sua cattiveria viene mitizzato, che sprigiona forza e potere (seppure nelle loro accezioni più negative) e viene circondato da un’aura eroica, può avere un appeal non indifferente: in mancanza d’altro, meglio un modello negativo ma inequivocabilmente forte, che si appella a delle regole, brutali, ma sempre regole, che un modello debole che non ha la forza di mettere paletti e stabilire norme.

Giuseppina Velardo

Psicologa e Psicoterapeuta. Si occupa di terapia familiare, di coppia e del singolo individuo. Collabora con Fondazione Lighea Onlus.

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