Il vero robot non è l’auto ma l’umano seduto dentro

L’innovazione tecnologica sfrenata comporta il rischio di abituarci inconsapevolmente a vivere come automi

«Il pannello non è oled ma lcd ultra hd con tecnologia quantum dot, si trova a bordo la piattaforma di smart tv proprietaria Tizen con l’assistente vocale Bixby e c’è il ritorno del telecomando universale One Remote che si occupa anche delle periferiche collegate. Grazie al processore video Q Mastering Engine si esegue anche l’upscaling di qualità, mentre la compatibilità con la tecnologia hdr si dispiega nei formati hdr10, hdr10+ e hlg».

Si tratta di un brano, tratto dalla rivista online Flipboard, della descrizione di un nuovo modello di televisore della Samsung, il QLED Q9FN, dal modico prezzo di 6.399 euro. Si può ragionevolmente escludere che, soprattutto i potenziali acquirenti in grado di sborsare svariate migliaia euro per comprare un nuovo televisore, possano orientarsi in questa orgia di sigle e termini esoterici.

Oggi, però, questo tipo di comunicazione pubblicitaria – ammesso e non concesso che di “comunicazione” si possa parlare – non è l’eccezione ma la regola. Perfino i dépliants pubblicitari delle automobili che ricevi, non richiesti, nella casella della posta, raccontano un sacco di cose ma normalmente trascurano banalità come la cilindrata, il numero dei cilindri, l’ingombro, e in compenso aprono meravigliose prospettive sull’arricchimento della tua identità che l’uso di quella determinata automobile comporta. Non offrono nessun elemento per aiutare il potenziale consumatore nella scelta, rendono sostanzialmente impossibili i confronti. Trasmettono emozioni, suggestionano, ti dicono, in sostanza: «Non sai che cosa ti stai perdendo». Trasformano i destinatari della comunicazione in passivi recettori di sollecitazioni emotive.

Non diversamente, il meraviglioso progetto dell’automobile che si guida “da sola” trasformerà definitivamente l’automobilista in passeggero, con la sola differenza che almeno, sul treno, c’era la possibilità di sgranchirsi le gambe in corridoio, o magari di andare a bere un caffè nell’apposito scompartimento.

L’aspetto inquietante del discorso pubblico che accompagna queste tendenze in atto nel mondo dei consumi determinato dalla tecnologia, è che si discute animatamente sulla dinamica dello scontro tra una vettura Uber e una Tesla (quasi che l’incidente non rientri nella fisiologia della circolazione automobilistica), sulle lacune della legislazioni assicurativa (già, chi risponde di un incidente tra due auto senza guidatore?) e si ignorano caparbiamente le conseguenze antropologiche delle trasformazioni del vissuto, del comportamento, e in prospettiva della condizione umana, indotte da questa incontenibile innovazione, dove

alla fine il vero robot non è l’auto che si guida da sola, ma l’essere umano che c’è seduto dentro.

Invece di farsi qualche domanda, i menestrelli dell’innovazione sempre e comunque ti spiegano come sarà bello starsene seduti in macchina a “informarsi” con il tablet mentre la vettura ti sta portando a destinazione, mi descrivono con sincero entusiasmo la possibilità di circolare in automobile da solo anche se uno scherzo del destino, o l’irragionevole protrarsi della durata della vita, mi hanno inchiodato alla carrozzella per disabili.

C’è qualcosa di comico nel fatto che si discuta di adeguamento della legislazione assicurativa alla prospettiva della vettura autonoma, e si trascuri il banale dettaglio che l’assicurazione, da sempre, “copre” il rischio che deriva dalla “responsabilità”, mentre si sta preparando un futuro di uomini e donne deresponsabilizzati, coccolati e presi per mano, sicché delle assicurazioni si potrà fare tranquillamente a meno: qualche algoritmo provvederà a calcolare e redistribuire il costo degli incidenti.

Esagero? Probabilmente sì e forse queste mie paure tradiscono un fondo paranoico. Ma non si può nemmeno escludere che la gradualità, nonostante tutto, dell’innovazione tecnologica ci abitui dolcemente e inconsapevolmente al nostro futuro di automi integrali, secondo il noto modello della rana bollita a temperatura impercettibilmente crescente: non siamo forse già, da molti anni, terminali che camminano (finché non si scoprirà che anche camminare inquina)?

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Teodoro Dalavecuras

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