Il medico? Un super-eroe che non deve chiedere aiuto mai

Un report sulla psicopatologia professionale dei dottori parla di vera e propria «sindrome di invulnerabilità»

Tra medici e psicologi corre da sempre un rapporto di amore e odio, perché sappiamo di non poter fare a meno gli uni degli altri, ma non riusciamo a evitare di scontrarci tutte le volte che il medico, forte del proprio potere di restituire la salute e la vita, si fa beffe dello psicologo e delle sue chiacchiere. Ho in mente questo quando vedo il medico dell’ospedale in cui lavoro litigare con i cavi di computer e proiettore. Deve tenere una lezione e, come capita a tutti noi altri docenti per caso, deve preparare l’aula da solo in attesa dei partecipanti. Lui però non lo sa, di solito c’è sempre qualcuno che lo fa al posto suo, e vedendomi arrivare, capisco da come mi guarda che è convinto ci penserò io. La sua reazione alla scoperta di dover fare da sé è esplosiva: «Come? Ma io non ho tempo da perdere con queste cose! Insomma… Io salvo vite!». Di fronte a uno che salva vite, mi rendo conto, diventa sempre difficile obiettare.

Quella del dottore eroe che salva vite non è però un’invenzione narcisistica della classe medica, ma un’icona che appartiene al nostro immaginario e che tutti noi pazienti contribuiamo ad alimentare, perché ci piace pensare al medico come a un essere infallibile, che diagnostica al primo sguardo e cura senza mai sbagliare, liberandoci dal dolore e allontanando l’idea della morte. Gli affidiamo la nostra vita o quella delle persone che amiamo, promettendogli eterna gratitudine quando vince, ma feroce vendetta a suon di avvocati quando cade. Il campo degli errori medici e dei contenziosi legali che ne seguono apre uno squarcio sul mantello di onnipotenza dei professionisti, che secondo una recente indagine trovano molte difficoltà a comunicare un eventuale sbaglio e dubitano che le eventuali scuse servano ad arginare le richieste di risarcimento.

I supereroi, oltre a non sbagliare mai, sono anche indistruttibili. È questa la convinzione di molti dottori secondo il report dell’osservatorio “Medico cura te stesso”, che ha raccolto dati da numerosi studi internazionali sulla salute dei medici, e parla di vera e propria «sindrome d’invulnerabilità».

Quando il medico si ammala, infatti, dal medico non ci va: tende a minimizzare i propri sintomi, si cura da sé o al massimo si rivolge a un collega amico per vie informali.

La riluttanza ad ammettere la malattia, come fosse una debolezza incompatibile con il proprio ruolo, pregiudica anche la prevenzione, data la scarsa propensione a seguire i buoni consigli su fumo, dieta salutare ed esercizio fisico: forse per questo i medici centenari sono davvero pochi. Rispetto alla media della popolazione, la categoria è inoltre maggiormente interessata ad almeno una delle tre “D”: “Drugs, Drink and Depression” vale a dire abuso di farmaci, alcolismo e depressione. Se la malattia del corpo è trascurata, lo è ancora di più il disagio mentale, interpretato come effetto di eccessivo stress o stanchezza. Insomma il medico non si ammala, al massimo è un po’ provato.

Dati reali su quanti medici si rivolgano effettivamente a uno psicologo in caso di difficoltà non ci sono, ma una ricerca inglese condotta nel 2009 su 3.500 medici ha provato per la prima volta a sondare le loro intenzioni, chiedendo cosa avrebbero fatto se si fossero accorti di soffrire di un problema psichico. Oltre il 70% degli intervistati ha così ammesso che in tale situazione avrebbe preferito confidarsi con un familiare o un amico piuttosto che rivolgersi a un altro collega medico o a uno psicologo, citando motivazioni legate soprattutto al timore di compromettere la propria reputazione professionale; e se proprio necessario, 8 professionisti su 10 si orienterebbero su uno studio privato e non troppo vicino casa.

Un pericoloso cocktail di narcisismo e pregiudizi sociali il profilo tracciato da queste ricerche; ma i medici, invece, cosa ne pensano? Si sentono davvero esseri infallibili? Ho provato a girare la domanda ai miei colleghi (escludendo naturalmente quelli che mi scambiano per un tecnico informatico). Le risposte si sono rivelate molto diverse in base all’età: mentre i più maturi hanno negato con decisione questo presunto senso di onnipotenza, i giovani professionisti sono stati più disponibili ad ammettere l’esistenza di questo vizio di categoria. Nel ricordo recente del proprio tirocinio, accanto a figure di medici generosi e attenti, emerge sempre nei loro racconti il profilo del medico “signore e padrone” – come lo definisce Andrea, 27 anni – «che si muove tronfio tra le corsie, rivolgendosi a specializzandi e pazienti come se sentenziasse ogni volta il Sacro Verbo».

Il successo della medicina narrativa, con la sua attenzione ai vissuti del malato e alla relazione che si instaura con il medico, indica però sempre più chiaramente che ai pazienti questo tipo di super-dottore non piace. Mostrano invece di preferire un medico empatico, disposto ad ascoltare, discutere le sue decisioni, ammettere i propri limiti e gli eventuali errori, chiedere aiuto quando sta male. Uno come Alessandro, giovane medico cattolico che, costretto a mettersi in gioco e a entrare in contatto con una paziente ormai vicina alla morte, che rifiuta ormai da giorni di mangiare volendo farla finita al più presto, sembra rifarsi più a Clark Kent che a Superman e confessa onestamente il suo dubbio: «non sapevo se darle qualcosa per non farla soffrire o per non farla soffrire più».

Luisa Piroddi

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

1 Comment

  • Ho visto con i miei occhi medici nascondersi dietro il monitor di un pc, pur di non incrociare lo sguardo interrogativo ma fiducioso di un paziente con poche settimane di vita. Quando il medico fallisce la missione di salvare vite, spesso la frustrazione lo rende disumano. La medicina narrativa puo’ essere utile anche per lui, per mettersi meglio in contatto con se stesso.

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