Il male è normale e tutti possiamo diventare malvagi

“Patriot", una serie americana ispirata dal tema del libro di Hannah Arendt
Il libro della criminologa Isabella Merzagora indaga sui meccanismi che trasformano individui comuni in sadici torturatori

Cattivi si nasce o si diventa?

Questo l’interrogativo posto da un libro di recente pubblicazione che, parafrasando il celebre testo di Hannah Arendt, la criminologa Isabella Merzagora intitola La normalità del male (Cortina, 1919).

Quanta parte di male c’è in ciascuno di noi? Come è possibile che popoli interi, dopo essersi macchiati di terribili nefandezze, siano tornati a scivolare in una vita normale?, si chiede l’autrice, analizzando, con imponente apparato bibliografico, in particolare la Shoah, come paradigma di tutte le situazioni genocidarie e di crimini contro l’umanità.

I pianificatori e gli organizzatori dello sterminio di ebrei, rom, sinti, oppositori politici, omosessuali, disabili, prigionieri non erano mostri demoniaci e nemmeno, se non in qualche caso isolato, psicopatici. Non possiamo attribuire loro diagnosi psichiatriche, che sarebbero rassicuranti perché ne farebbero dei folli con i quali non avremmo nulla da spartire.

Al contrario, si trattava di persone normali, per lo più di mediocre intelligenza, cittadini obbedienti alle leggi, devoti alla propria famiglia, amanti degli animali, guidati dalla convinzione di agire nell’interesse del proprio Paese.

Intorno a loro c’era la manovalanza: gli esecutori materiali, quelli che sono stati chiamati i “volonterosi carnefici”, inclusi i medici responsabili di aver avallato l’eliminazione di almeno 70.000 adulti e 5.000 bambini tra disabili e malati mentali, e poi magistrati, burocrati, insegnanti, intellettuali… infine una popolazione tutta che, con rare eccezioni, ha collaborato con zelo o almeno ha assistito con indifferenza.

Dagli atti dei processi emerge l’incapacità di prendere coscienza dei delitti compiuti e la totale presunzione di innocenza. Le ragioni giustificatorie sono sempre le stesse, le ritroviamo puntualmente in tutti i contesti in cui siano stati commessi crimini contro l’umanità: hanno obbedito a ordini superiori, guidati dalla fedeltà a ideali condivisi, dalla lealtà verso il leader e dalla solidarietà nei confronti dei compagni, hanno servito la patria, il partito, il loro popolo.

Si può parlare di “perversione dell’idealismo”: qualsiasi delitto diventa lecito in nome della costruzione di una futura società perfetta (ne hanno ben saputo qualcosa anche i cittadini dell’Unione Sovietica).

Fedeli a questa visione, i medici nazisti non hanno esitato a sostituire il giuramento di Ippocrate con l’imperativo terapeutico di sopprimere, come già ricordato, disabili e malati mentali, bambini compresi, al fine di migliorare la razza.

Di fronte agli orrori della storia è il caso di porsi sempre l’interrogativo di Paul Bayard, il quale ne fa il titolo di un libro in cui cerca, con grande onestà intellettuale, di immaginare come si sarebbe comportato se fosse appartenuto alla generazione di suo padre, che visse la guerra e l’occupazione della Francia: Sarei stato carnefice o ribelle?

Forse potremmo amaramente concludere che, se non altro per ragioni statistiche, saremmo probabilmente appartenuti anche noi a quella zona grigia di persone che, pur non coinvolte in una complicità diretta, per paura, per debolezza, per conformismo, per la pressione della cultura dominante e della propaganda, non hanno agito e non hanno parlato.

Lasciando le grandi tragedie della storia e venendo a tempi e ambiti meno drammatici, Isabella Merzagora fa riferimento a due inquietanti esperimenti, entrambi molto noti, ma che vale la pena di ricordare brevemente.

Il primo è stato effettuato nel 1961 presso l’Università di Yale: a un gruppo di individui scelti a caso venne data consegna di punire con scosse elettriche di intensità e pericolosità crescente le risposte errate di una persona legata. Incitati da sperimentatori in camice, che non mancavano di sottolineare come si trattasse di una ricerca di rilevanza scientifica, i partecipanti hanno inflessibilmente perseverato, nonostante le “cavie” dessero segnali di grande sofferenza e implorassero di interrompere. Naturalmente si trattava di una messa in scena: le vittime erano abili attori e a essere testato era il comportamento di coloro che credevano di somministrare le scariche elettriche, in realtà inesistenti. Soltanto una minoranza ha desistito, la maggioranza, sotto l’ombrello deresponsabilizzante del Progresso Scientifico, ha continuato imperterrita, incurante delle grida di dolore. Stanley Milgram, lo psicologo ideatore del test, ne trasse l’amara conclusione che chiunque può tramutarsi facilmente in un feroce aguzzino, disposto a sopprimere un proprio simile. (Il test , ripetuto più volte in contesti diversi, ha sempre dato risultati analoghi, sia pure con percentuali variabili).

Nel secondo esperimento, tenutosi nel 1971 presso l’Università di Stanford, studenti volontari sono stati divisi mediante sorteggio in due gruppi, detenuti e guardiani, e chiusi in uno spazio che simulava l’ambiente carcerario. Con il passare dei giorni i guardiani si sono calati nel ruolo e sono andati assumendo comportamenti autoritari, violenti e brutali, in un crescendo, fino all’aperto sadismo, mentre i detenuti diventavano sempre più umiliati, passivi e impauriti, tanto da indurre a interrompere l’esperimento dopo una sola settimana delle due programmate.

Cosa può avere indotto individui normali e studenti di prestigiose università a esprimere simili comportamenti?

Anche in questi esempi agisce la suggestione di un obiettivo superiore, nel caso scientifico, al quale tutto può essere sacrificato, l’obbedienza a ordini ai quali si riconosce autorevolezza e che sono quindi deresponsabilizzanti, il ruolo che si ricopre, dal quale si finisce per essere agiti, ma soprattutto la mancanza di empatia, l’incapacità di immedesimarsi nell’altro e di sentire la sua sofferenza.

Questo Altro, capro espiatorio, vittima designata, cambia di volta in volta identità: è il nero (o meglio il negro), è l’ebreo, è lo zingaro, è l’omosessuale, è il malato mentale, è il migrante…

L’Altrismo prescinde dal bersaglio, ma il meccanismo persecutorio è sempre lo stesso. Neanche la cultura, come avremmo potuto supporre, costituisce purtroppo un vaccino sicuro.

Nonostante tutte le ragionevoli spiegazioni, qualcosa di misterioso rimane comunque al fondo del Male.

Di una sola cosa sono profondamente convinta: le persone non sopportano il peso della propria malvagità. Esclusi pochissimi che, con un ossimoro, potremmo definire “eroicamente malvagi”, i quali osano rivendicarla, tutti, dai massacratori all’ingrosso ai criminali al dettaglio, anche nel compiere i misfatti più efferati hanno bisogno di sentirsi nel giusto o almeno di proiettare la responsabilità delle loro azioni all’esterno, attribuendola alle leggi, a ordini superiori, alle circostanze, al contesto sociale, alla propaganda, al pericolo di vita per sé e i propri cari, al bisogno, alla fatalità, al destino… o almeno alla mamma e al babbo.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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