Il fascino del dubbio può salvarci dai neri pregiudizi

I sondaggi dimostrano che gli italiani percepiscono la realtà in modo molto pessimistico; ognuno di noi, nel suo piccolo, può porre rimedio

Numerose inchieste giornalistiche, promosse da pressoché tutte le testate, hanno pubblicato dati che dimostrano la divaricazione tra la realtà e la sua percezione da parte dei cittadini italiani, risultata la maggiore tra i 14 Paesi coinvolti nell’annuale analisi di IPSOS.

Colpisce in particolare la forbice tra la percentuale di immigrati presenti sul nostro territorio, stimata al 9,2%, e la media delle risposte che la moltiplica per tre (30% circa). Di conseguenza viene aumentata a dismisura anche la presenza musulmana, percepita al 20% e prevista in crescita al 31% nel 2030, mentre in realtà si aggira intorno al 4,8% e, alla data indicata, si ipotizza al 5,4%. Anche i detenuti stranieri sono considerati in maggior numero di quanto risulti: 48% contro 34,4%.

Altre voci che lasciano perplessi sono quelle sulla disoccupazione, certo molto preoccupante, ma che fortunatamente non raggiunge i numeri imponenti che le vengono attribuiti: 49% a fronte del 10,4%, per toccare il 51% a fronte del 25,7% quando si tratti di disoccupazione giovanile.
Anche il numero di omicidi e di decessi dovuti ad atti terroristici è giudicato in aumento, contro l’evidenza dei dati statistici che li danno diminuiti.

Colpisce che, di qualsiasi argomento si tratti – migranti, delinquenza, disoccupazione, demografia – la percezione è sempre peggiorativa. L’insieme delle risposte ci fornisce un quadro profondamente pessimistico: gli elementi negativi sono tutti enfatizzati, alcuni a dismisura, ed emerge un sentimento diffuso di insicurezza e paura.
Molte persone di buona volontà pensano si tratti di un problema di informazione e che la percezione potrebbe essere corretta portando, illuministicamente, la luce della verità là dove sono le tenebre dell’ignoranza. Proposito lodevole, ma che dubito possa avere successo.

Non c’è dato reale o spiegazione razionale che tenga di fronte al vissuto emozionale degli individui.

Permettetemi un esempio tratto dalla mia esperienza professionale. Viene da me una signora che lamenta una profonda depressione. È bella, elegante, ha una buona professione e una buona posizione economica, bel marito e bei figli. Vorrei fare con lei un esame di realtà e dimostrarle che può considerarsi una persona fortunata, ma so che qualsiasi cosa potrei dire non la smuoverebbero di un pelo. La “verità” è lì, sotto i suoi occhi, anche lei la vede, ma il suo sentire è altro.
Analogamente non dobbiamo pensare che la maggioranza sfiduciata che emerge dai sondaggi, impaurita da un futuro che immagina ancora peggiore, potrebbe cambiare atteggiamento se qualche esperto le spiegasse la “verità” con accurate tabelle di dati ISTAT. I numeri le scivolerebbero addosso perché non riuscirebbero a intaccarne i timori, l’insicurezza, l’insoddisfazione profonda.
La gente corre piuttosto da chi propone ricette, spesso irrealizzabili, ma che hanno il pregio di placare le sue ansie (difendiamoci, erigiamo muri, stringiamoci a coorte) o di mantener viva l’illusione (togliamo ai ricchi e diamo ai poveri).

Non c’è quindi rimedio? Risolutivo sarebbe un clima generale rasserenato: miglioramento della situazione economico sociale, una crescita reale che non escluda i più deboli, aumento dell’occupazione, tutte cose che contribuirebbero a creare ottimismo e a rilanciare la speranza.
E intanto? Forse un antidoto possibile ce lo fornisce il vecchio metodo maieutico, un metodo che non ammette scorciatoie e richiede i tempi lunghi di un serio progetto educativo. Non lezioni calate dall’alto, ma un vero dialogo socratico in cui si abbia la possibilità di esprimere i propri vissuti sentendosi realmente ascoltati, un confronto dialettico che introduca gradualmente il dubbio.

Utopia? Probabilmente sì. Certo non è più il tempo in cui il filosofo discuteva in piazza con i suoi concittadini, tuttavia media responsabili potrebbero farsi protagonisti di un’informazione rigorosa nei contenuti, chiara nella forma, che confuti le fake news e la propaganda urlata e non si presti a seminare paura. Lo stesso lavoro che è compito degli insegnanti nei diversi ordini di scuola (i quali già in gran parte lo assolvono).
Ma questa è anche responsabilità di noi tutti, che, nel nostro piccolo, possiamo svolgere un ruolo analogo nei rapporti quotidiani con familiari, amici e conoscenti.
Coltivare il dubbio è una buona partenza per ragionare autonomamente, sottoporre a revisione critica le proprie convinzioni e raggiungere una nuova consapevolezza.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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