Il DNA scopre chi è il padre ma non è una bella scoperta

Un recente fatto di cronaca mostra i guasti che può produrre l’ossessione della verità: cinque persone direttamente coinvolte in una spirale di ansia

Mater certa est, pater numquam.

Così recitava un antico adagio: il padre, mai certo. Oggi, grazie al DNA, non possiamo più dirlo. Abbiamo cancellato il segreto custodito da infinite generazioni. Ma è sempre un bene? Forse no.

Ce lo conferma un recente fatto di cronaca: la relazione tra una signora trentenne, improvvisatasi insegnante di inglese, e il suo alunno di quattordici anni, con conseguente nascita di un bambino di incerta paternità, dal momento che la donna in questione è regolarmente sposata.

Emerso lo scandalo, i due protagonisti hanno confessato il rapporto sessuale che, data l’età del ragazzo, comporta un’accusa pesante per la donna. 

La vicenda era già molto delicata. Poteva bastare. Invece si è voluta sapere la “verità”, tutta la verità.

Poiché non risulta che qualcuno dei diretti interessati abbia richiesto la prova del DNA, l’iniziativa l’hanno presa gli inquirenti, con una determinazione degna dell’accanimento terapeutico.

La scoperta del DNA è certamente preziosa per quanto riguarda i progressi della scienza medica e si rivela decisiva in indagini per attribuire la responsabilità di azioni delittuose, ma in certi ambiti la sua applicazione può essere discutibile. Per esempio nel caso di accertamenti di paternità.

I dubbi, un tempo oggetto di golosi pettegolezzi, sono oggi acclarati da incontrovertibili analisi scientifiche. Non si vuole certo negare il legittimo diritto di un genitore di accertare la sua discendenza o quello di un figlio di conoscere il proprio padre, tuttavia quante crisi coniugali, quante rotture di rapporti, quanti ripudi di innocenti vittime, in alcuni casi addirittura quali esiti sanguinosi si sarebbero evitati mantenendo l’indeterminatezza del dubbio.

Ci sono circostanze in cui forse è meglio non sapere,

come nel caso in questione.

Risultato delle analisi e sue conseguenze: padre biologico è certamente il ragazzo, che però non può rivendicare il suo ruolo in quanto al di sotto del limite di età che lo consentirebbe; il marito tradito, la persona che in tutta la scabrosa vicenda ha espresso il comportamento più responsabile, è stato preso dal timore che il piccolo, al quale è affezionato, gli venga tolto; ci sono nonni biologici che non possono avvicinare il nipote e nonni putativi che potrebbero nutrire sentimenti contrastanti nei suoi confronti.

Insomma, l’ossessione della verità ha messo in circolo l’angoscia di cinque persone direttamente coinvolte, più un numero imprecisato di nonni. Ne valeva la pena? Non si è calcolato il danno?

La signora avrà i suoi guai giudiziari, che le spettavano comunque. Il marito è stato pubblicamente umiliato e adesso è in ansia per la sorte di quel bambino che ha accolto come suo. Il ragazzo non potrà più considerare l’accaduto come una sbandata giovanile, dopo la quale voltare pagina. Il drappello dei nonni è lasciato in balia di sentimenti contraddittori e forse si prepara a future battaglie legali.

C’è poi un’altra vittima: il figlio undicenne della coppia che si ritrova una madre inquisita, un padre avvilito, un fratellastro con il quale sarà costretto a convivere e che potrebbe essergli difficile imparare ad amare.

 Queste persone sembrano essersi trasformate, grazie ad assurde circostanze, in personaggi pirandelliani in cerca di una loro collocazione e paradossalmente obbligati a ruoli fasulli. Tutti vittime dell’ossessione per la verità. Tutti possibili candidati al lettino dello psicanalista.

Quanto al figlio della colpa si vedrà. L’augurio che possiamo fargli è di essere contento di crescere con due padri: il putativo come genitore che lo educa e il naturale come  fratello maggiore con cui giocare.  

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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