Il Covid chiude in casa le donne e le riporta agli anni ’50

In mancanza di un salto culturale questo più che un allarme, è una certezza

Ormai più che un allarme appare una certezza, una strada segnata. Se niente cambia, le donne italiane rischiano di essere catapultate rapidamente negli anni ’50.

La situazione non era delle migliori già prima che scoppiasse la pandemia, come dicono chiaramente i numeri: in Italia solo la metà delle donne lavora, un tasso bassissimo rispetto alla media europea (che è di oltre il 67%) e il 27% delle donne lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio. A lavoro le donne, a parità di merito e ruolo, sono pagate meno degli uomini e fanno meno carriera (anche se sono più preparate, visto che quando si tratta di titoli di studio sono decisamente più avanti degli uomini). In più, quando sono a casa, si sobbarcano in maniera assolutamente impari l’organizzazione domestica, la cura della casa, la preparazione dei pasti, la cura dei figli. Gli ultimi dati Istat mostrano come mediamente le donne (che lavorano, sono in coppia e hanno figli) dedicano al lavoro familiare oltre il 21% del loro tempo (di cui il 13% circa per il lavoro domestico), mentre per i partner questo tempo è del 9,5% (il 4% al lavoro domestico).

Se questo è il quadro di partenza, la Fase 2 (e pure la 3) non lasciano ben sperare. Le scuole restano chiuse, molto probabilmente fino a settembre, e con queste premesse l’impegno delle donne nella gestione della vita familiare aumenterà notevolmente. Con le prime riaperture di inizio maggio, oltre il 70% dei lavoratori rientrati era costituito da uomini. Certo, le riaperture riguardavano soprattutto settori come la manifattura e l’edilizia, a prevalenza maschile, ma il numero è troppo alto per riflettere solo questo. Nella scelta (quando possibile) tra restare a casa per occuparsi dei figli e tornare a lavorare, gli uomini vanno, le donne restano (anche perché, come detto sopra, molto spesso lo stipendio degli uomini è maggiore). 

Quante saranno quindi le donne che, per conciliare la vita familiare con la gestione dei figli a casa, faranno ancora una volta un passo indietro nella vita lavorativa?

Non sorprende che gli appelli a una maggiore attenzione alla situazione femminile si siano moltiplicati in questo momento: arrivati dalla politica stessa, che ha in mano la possibilità di decidere, dalla società, dalle associazioni. Perché essere catapulate di punto in bianco negli anni ’50, per le donne, appare una prospettiva molto concreta.

Da questo punto di vista, il nostro Paese è già tra i più arretrati in Europa, in coda a tutte le classifiche di gender equality se la vede giusto con la Grecia. Tradizionalmente, il ruolo femminile nella società ha a che fare con la cultura, che in Italia è ancora di tipo patriarcale. Solo un cambiamento culturale profondo e radicato può portare dei risultati concreti e fanno ben sperare i dati sulle nuove generazioni, che mostrano come per i più giovani sia molto più frequente una parità dei ruoli e dei carichi di lavoro familiari.

La domanda che resta aperta è se, oltre al condizionamento culturale, forte e preponderante, ci possano essere anche dei meccanismi psicologici che contribuiscono a mantenere lo status quo. Ogni generalizzazione, ovviamente, ha un valore limitato. Ma perché, per esempio, è così difficile per le donne “mollare il controllo” della gestione domestica? Lasciar andare e non occuparsi della casa, finché non sia “qualcun altro” a farlo? Quanto questo ruolo rende facile la definizione della propria identità, in un contesto come quello che abbiamo descritto sopra? Che sia ancora proprio il ruolo di “madre-moglie” quello che rassicura maggiormente? Secondo alcuni c’è una tendenza delle donne a voler restare nella situazione di “martirio” e “sofferenza” che la disparità provoca, secondo altri le donne (certo non tutte: parliamo di generalizzazioni, ancora una volta) provano piacere nel prendersi cura, in senso ampio, e questo spiegherebbe la fatica del lasciar andare, per dedicarsi maggiormente a se stesse e alla propria realizzazione professionale.

Non dimentichiamo però gli “altri”, gli uomini. Quanti sono i padri che fanno parte delle famigerate chat di classe dei loro figli, per esempio? E perché, tra i mille appelli di questo periodo a una maggiore attenzione al tema della parità, non si leggono appelli dei padri, dei partner in ottica di un miglior funzionamento complessivo della società? Quanto vale anche per loro l’identificazione in ruoli tradizionali?

Se davvero per cambiare il mondo è necessario partire da noi stessi, vale la pena guardare ogni singola situazione e capire cosa, come e da dove può partire una rivoluzione interiore, che permetta e favorisca quella dei ruoli. Perché gli anni ’50, per carità, sono stati belli per il cinema e la musica. Ma per il resto, forse, possiamo farne a meno.

Chiara Di Cristofaro

Giornalista economico - finanziaria, insieme alla comprensione dei numeri imprescindibile quella delle mente umana. Per la seconda laurea (e la seconda vita) punta sulla psicologia.

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