Un uomo forte e aggressivo che non deve mai chiedere scusa

Il nuovo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump
Una ricerca dello scorso dicembre rivela più di ogni altra analisi le ragioni del successo di Trump

A poche ore dall’incoronazione di Trump a nuovo presidente degli Stati Uniti, su giornali e TV si è aperta la gara tra esperti dell’informazione al «Io l’avevo capito che avrebbe vinto». Eppure quando il 16 gennaio 2015 Donald Trump annunciò la sua candidatura, in pochi lo presero veramente sul serio: chi avrebbe mai dato retta a un multimilionario imbolsito che amava spararle grosse? Neanche la crescita quasi costante del suo consenso a ogni uscita politicamente scorretta è mai veramente riuscita a ribaltare i pronostici degli osservatori politici, che cercano ora vanamente una risposta tra numeri e statistiche.

Quello che a molti analisti è apparso sconcertante non ha invece sorpreso più di tanto il mondo della psicologia che, soprattutto oltreoceano, studia da mesi il fenomeno Trump, fornendo scenari in controtendenza, archiviati fino a ieri come un oscuro presagio di Cassandra. Già una ricerca condotta alla fine dello scorso dicembre aveva rivelato che l’unica variabile in grado di predire il sostegno per Trump non fosse il basso livello di istruzione dei suoi sostenitori, la loro età avanzata, o altre caratteristiche come il reddito, il genere o la religione, ma una caratteristica di personalità come

la mentalità autoritaria, che conduce le persone a obbedire, seguire leader forti e rispondere con aggressività a chi non appartiene al proprio gruppo.

La paura per il terrorismo da sola non basta, ma uno studio del 2011 ha mostrato come abbia contribuito a rendere molti americani non-autoritari più suscettibili a comportarsi in modo autoritario di fronte alla percezione di una minaccia. Ecco allora come un esercito di sostenitori composto da individui senza una chiara identificazione politica ma con una naturale tendenza all’autoritarismo e persone spaventate dal terrorismo siano andate a rimpolpare le fila del Grand Old Party.

Il secondo segreto del successo di Trump sta in quella stessa scorrettezza, tanto vituperata dall’establishment, che gli ha consentito di vincere senza nemmeno aver bisogno di affermare la verità, visto che secondo i dati di quest’estate di PolitiFact, che analizza la veridicità delle affermazioni dei candidati, il 75% delle sue dichiarazioni erano false e non supportate da alcun elemento di realtà. Trump ama dipingersi come un uomo forte, in grado di rendere di nuovo grande l’America e di ottenere sempre ciò che vuole attraverso il potere, il denaro e le relazioni. Un uomo che può dire ciò che gli pare senza doversi preoccupare di essere politicamente corretto, anzi schierandosi proprio contro la correttezza predicata dai liberal e dalla stampa americana: «I don’t care», «Non me ne importa nulla» ha risposto alle critiche sulle sue uscite sui generis. Ed è proprio quest’atteggiamento così irriverente a suonare liberatorio per molti dei suoi sostenitori, al di là delle posizioni politiche.

Trump veste i panni del vincente, che può tutto senza dover mai chiedere il permesso o domandare scusa, incarnando così le fantasie di milioni di americani schiacciati dal senso d’impotenza della vita quotidiana. È lui l’uomo della provvidenza, risoluto e battagliero, che da secoli fa breccia con nomi e volti diversi nelle società in declino promettendo la salvezza. Era già successo otto anni fa con Obama, applaudito come il moderno Salvatore, accade ora di nuovo con Trump. La differenza cruciale sta nella violenza che contraddistingue la leadership del miliardario americano e di cui rischia di ritrovarsi suo malgrado bersaglio.

La terza strategia vincente di Trump potrebbe essere riassunta nella formula «Noi contro Loro», dove «Loro» sono i messicani criminali pronti a inondare le frontiere americane, ma anche i soliti musulmani terroristi o i cinesi che ostacolano l’economia, tutti descritti da Trump come potenziali minacce agli Stati Uniti. Di fronte a questo tipo di messaggio il gruppo del «Noi» è portato a coalizzarsi al suo interno, diventando sempre più leale al proprio leader, che promette di proteggerlo da tali nemici. L’effetto «Noi contro Loro» è molto potente e diversi politici ne fanno uso, ad esempio per dipingere negativamente l’altro partito, ma Donald Trump ha utilizzato questa strategia costantemente.

Abbiamo abbattuto il muro di Berlino festeggiandolo come un trionfo, ma quando ci sentiamo indifesi e impauriti ne avvertiamo la mancanza, e non ci sembra poi così strano se da qualche parte nel mondo qualcuno proclama la costruzione di un nuovo confine, che sia a Tijuana o a Calais. Perché i muri sanno distinguere bene tra noi e l’altro, e in tempi instabili ci danno l’illusione di capire chi siamo. E se l’altro non c’è, allora bisogna costruirlo, evocarlo e renderlo minaccioso. È questa paura dell’altro che ha spinto gli inglesi, spaventati da un’Europa che sembrava volerla portare a fondo, a scegliere la Brexit. Trump lo ha capito e nelle sue mani la paura è diventata il principale strumento di potere per costruire un nemico da cui gli americani hanno sentito di dover essere protetti con ogni mezzo.

Luisa Piroddi

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *