I giudici: burocrati annoiati o arbitri dilaniati dallo stress

Il loro vissuto si divide in due: c'è un'attività di routine che lascia spazio a molti hobby e una fase politica fonte di ansia e di narcisistica consapevolezza del potere

Rispetto ai giudici posso vantare (si fa per dire) due ordini di esperienze, dalle quali ricavo le disordinate considerazioni che seguono.
La prima è quella, comune a tutti, di chi si trova soggetto alla decisione di un giudice. E già qui sorge un piccolo problema lessicale: come si chiamano le persone soggette alla decisione di un giudice? Nei processi penali si parla di imputati, ma in realtà anche le vittime, se entrano come parte civile nel processo, sono ugualmente soggette alla stessa decisione, e queste come le chiameremo? Nei processi disciplinari degli ordini professionali (dove lo spirito corporativo e la pretesa giudicante riescono, sommati, a dare il peggio di sé) si parla di “incolpati”.
Ci sono, però, tanti altri tipi di processo (civile, amministrativo, contabile, politico – si pensi all’ex cavaliere Silvio Berlusconi, prima e più illustre vittima di una decisione del giudice parlamentare in nome della legge Severino) dove ugualmente persone diverse sono tutte soggette a una decisione del giudice, senza tuttavia che un nome aiuti a identificarli.
Insomma, mentre il giudice è giudice e basta, il suo “paziente” o “cliente” non appartiene, in quanto tale, a una categoria individuata da un nome, e forse non è un caso. Di sicuro, il rapporto del giudice con chi si trova, per una ragione o per l’altra, alla sua mercé, è asimmetrico. L’utente dell’attività del giudice gli è sottomesso, che si tratti di qualcuno che rivendica un diritto o di qualcuno che cerca di difendersi da un’accusa. C’è quindi saggezza nel comportamento di chi – come, per fare un esempio notorio, Berlusconi – anziché difendersi nel processo ha sempre cercato di difendersi dal processo.
Certo, si tratta di una saggezza inconfessabile, perché secondo una convenzione ideologica tanto ipocrita quanto indiscutibile, difendersi dal processo, cercare di sottrarsi al giudizio, equivale a riconoscere il proprio torto: perché il giudice, per definizione, “dice il giusto”, e qualsiasi persona dabbene deve pretendere di essere nel giusto e quindi deve considerarsi qualcuno che chiede giustizia (e, essendo nel giusto, immancabilmente la ottiene). Il contorno di questo brodo ideologico è il piagnisteo intorno agli “errori” giudiziari, alla giustizia “negata” e così via. La favola settecentesca della separazione dei poteri ha universalizzato il mito della giustizia come somministrazione disinteressata di decisioni atte a dirimere le controversie e a sanzionare le trasgressioni di quella immaginaria linea di confine che si chiama “legge”, anch’essa immune dal contagio del potere e degl’interessi in quanto espressione della sovranità, divina o popolare fa lo stesso.

La funzione pratica del mito della giustizia è evidente: si tratta della pace o dell’ordine sociale, che sono certamente meglio garantiti da una giustizia amministrata nel nome del popolo o del sovrano di diritto divino, che non da una giustizia più spiccia o se vogliamo più sincera resa in nome della forza, del peso relativo degli interessi, del potere dominante. Su questo punto bisogna essere molto chiari. Anche il rivoluzionario più apocalittico, anche il brigatista rosso che denuncia l’ingiustizia di classe o dei padroni, persegue la pace e l’ordine sociale, persegue quindi una giustizia di parte e strumentale, per la banale ragione che una giustizia che non lo sia non interessa nessuno, non è di alcuna utilità pratica. La differenza è nel tipo di società “pacificata” che si persegue. Qualunque essa sia, solo una giustizia di parte e strumentale può garantire la persistenza di una società pacificata. Di parte e strumentale, si è detto, ma al tempo stesso magicamente incontaminata dai rapporti di forza, di interessi e di potere.

Fatte queste premesse, che non hanno nulla di originale, ci si può chiedere qual è il “vissuto” dei giudici.
È diviso in due. Sotto un aspetto i giudici sono dei burocrati, anzi sono la quintessenza della burocrazia. Il loro mestiere è sbrigare delle pratiche, in modo che nessuno possa imputar loro la violazione delle regole. Quindi sono davvero disinteressati, nel senso peggiore del termine. E questo assorbe gran parte del loro tempo. Sotto un altro aspetto sono professionisti con un mandato preciso: gestire situazioni critiche nel modo più proficuo per il mantenimento della pace sociale, cioè per la pacifica accettazione dell’ordine esistente. Tutto il contrario del lavoro del burocrate, al quale del risultato non interessa nulla, anche perché questo non è che la conseguenza automatica dell’applicazione standardizzata delle regole. Qui il risultato è la sola cosa che conta, e le regole sono solo gli strumenti che consentono di arrivare al risultato “politicamente” desiderabile (mostrare, a seconda delle circostanze, il giusto rigore o la clemenza paterna del potere). Le regole servono perché, quale che sia la decisione da prendere, questa deve sempre poter apparire come la conseguenza della applicazione di regole oggettive: come si è già visto, a partire dal Settecento dall’esercizio del potere è scomparsa, come per magia, ogni traccia di dispotismo, quanto meno in Occidente.
Nella fase burocratica il giudice, come qualsiasi funzionario, campa decorosamente senza particolari stress: la prassi gli dice esattamente cosa fare senza la necessità di consumare energie mentali. Ciò che spiega, tra l’altro, la larga diffusione di hobby di ogni genere tra i magistrati, dalla composizione di poesie o romanzi alla frequentazione di scuole di ballo.
Nella fase “politica”, che rappresenta un momento straordinario nella vita professionale del giudice, o piuttosto riguarda un numero limitato di giudici, lo stress è alto a causa delle contrapposte, anche se non sempre esplicite, pressioni cui il magistrato chiamato a decidere si espone, ma è compensato dalla sensazione narcisistica di rappresentare un anello decisivo nella catena del potere, nel momento in cui il potere si materializza appunto in una decisione.

Che ne è, in tutto ciò, della famosa “terzietà” (termine un tempo tecnico ma ormai di uso comune anche nei talk show della tv) del giudice? Questa collocazione del giudice al di sopra delle parti è sempre garantita dalla logica del suo comportamento: nella fase burocratica dal disinteresse (spesso infastidito) del giudice per la questione che gli viene sottoposta; nella fase “politica” dalla consapevolezza, per il giudice, di rappresentare un livello più elevato rispetto ai contrapposti interessi che cercano di condizionarlo, l’interesse dell’ordine dominante che, attraverso il giudice, deve prevalere comunque sia.
Esistono, naturalmente, anche giudici corrotti: questo, se vogliamo, è l’unico lato umano della loro professione.

Teodoro Dalavecuras

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