I genitori compagni di scuola sono quasi tutti da bocciare

L’intrusione di papà e mamma nell’attività scolastica dei figli è spesso dannosa perché li deresponsabilizza

«Volevamo delucidazioni sul modello della molecola. Bisogna farlo in 3D o sul quaderno?»
«Ma è un atomo o una molecola?»
«Molecola.»
«No, atomo.»
«Come fa a essere atomo? Sarebbe una pallina e basta!»
«Molecola, molecola!»

Questo è un florilegio di messaggi WhatsApp sul mio cellulare di genitore di un alunno di seconda media. Ragazzi incerti sulle consegne date loro dall’insegnante? No, genitori che si accingono a fare i compiti dei figli.

Padri e madri sono sempre più presenti nelle scuole di ogni ordine e grado: dalle elementari, durante le quali molti di loro studiano abitualmente insieme ai figli impedendogli di sbagliare, alle medie, fino alle superiori, dove talvolta scippano agli studenti il ruolo di contestatori.
Nelle community WhatsApp discutono degli insegnanti come fossero i loro: la professoressa di matematica non è chiara nelle spiegazioni, quella di latino è la più brava di tutta Milano, anzi, dell’Italia intera, il professore di ginnastica fa o non fa eseguire determinati esercizi, i compiti assegnati sono troppi, i compiti assegnati sono troppo pochi, perché la professoressa di arte ha portato la classe a visitare la mostra di Rubens e non quella di Canaletto? Perché di Canaletto e non di Rubens?
E poi sempre lì, a controllare il peso dello zaino – lunedì 8,3 chili! martedì 7,3 chili!… venerdì 9,1 chili! – o a mettere il naso nel piatto: alla mensa si mangia poca carne, alla mensa si mangia troppa carne, le porzioni sono troppo scarse, le porzioni sono troppo abbondanti, perché mele e non fragole?, perché fragole e non mele?

Sì, la famiglia è entrata in modo massiccio nella scuola, e questo sarebbe un valore se si trattasse di collaborazione educativa con gli insegnanti; purtroppo, invece, assistiamo spesso a un conflitto tra controparti in cui i genitori esercitano il ruolo di sindacato dei figli.

È un’offensiva da cui l’istituzione scolastica, indebolita nel prestigio, con un corpo docente sempre più proletarizzato e scontento, in affanno rispetto a veloci trasformazioni sociali e culturali (alto numero di studenti figli di immigrati, nuovi strumenti tecnologici), stenta a difendersi.
Mi si potrà obiettare che tutto questo riguarda solo una fascia sociale medio-alta, mentre negli strati più disagiati e culturalmente deprivati della società il problema è spesso inverso: disinteresse rispetto alla formazione scolastica dei figli, fino, in casi estremi, all’elusione dell’obbligo scolastico.
Infatti ci troviamo tra due estremi: da una parte genitori iperprotettivi e studenti ipergarantiti, dall’altra famiglie assenti, incapaci di aiutare i figli in difficoltà e ragazzi vittime dell’handicap culturale familiare, candidati all’abbandono scolastico.

Che i genitori seguano con attenzione il percorso educativo dei figli è senza dubbio un bene e un progresso rispetto a un passato, anche abbastanza recente, quando l’autorità aveva sempre e comunque ragione e i ragazzi sempre e comunque torto, ma la vera e propria intrusione che oggi si profila è profondamente dannosa per quegli stessi bambini e, a maggior ragione, adolescenti che si vorrebbero proteggere. L’atteggiamento dei genitori rinforza negli studenti la tendenza infantile ad attribuire la colpa di ogni insuccesso all’altro: è l’insegnante che non spiega, è l’insegnante che è ingiusto, è l’insegnante che ce l’ha con me.
Quando poi si tratti delle scuole superiori, la presenza genitoriale viene sempre più a configurarsi come difesa di comportamenti trasgressivi e pretesa di promozione.
Il processo formativo non consiste solo nell’apprendimento di utili nozioni, ma anche e soprattutto nell’educazione al confronto delle idee e a un dibattito più aperto di quello esercitato nel recinto familiare. Questo è uno spazio che la scuola offre e nel quale gli studenti – loro e solo loro – devono essere gli attori, affrontando le difficoltà personali e i primi scontri ideologici. Privarli di questo apprendistato democratico, evitare loro ogni passaggio conflittuale, ogni frustrazione, vuol dire privarli di un’occasione di crescita, oltre che del piacere di vivere la loro ribellione adolescenziale.
La ribellione all’autorità nelle sue diverse forme – familiare, scolastica, istituzionale – è una stagione che tutte le generazioni hanno vissuto e, al di là di errori, ingenuità, intemperanze, è un’importante rito di passaggio prima di approdare all’equilibrio dell’età adulta.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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