I figli troppo protetti fanno fatica a diventare grandi

Se li educhiamo alla diffidenza, li controlliamo di continuo e gli diamo sempre ragione, rischiamo di farne adulti fragili e insicuri

Lunedì 6 novembre, ore 13.15. Squilla il telefono. «Qui è la scuola media. Dottore, ci sono i suoi figli che l’aspettano. Li venga a prendere perché non possiamo farli uscire da soli». «Allora teneteveli». La risposta mi è uscita spontanea.

Il gruppo WhatsApp dei genitori si è scatenato. Sono stato sommerso da messaggi. Alcuni spavaldamente irridenti:
– Sarà mia cura prelevare mio figlio al termine dell’orario di lavoro, ovvero verso le 18.30. Voglio proprio vederli.
– Propongo se li tengano anche di notte.
Altri furibondi:
– È il momento di un’insurrezione armata!
– Mobilitiamoci!
– Firmiamo una petizione.
– Chiamiamo l’avvocato.
– Convochiamo i giornalisti.
I più disorientati:
– Ma come?
– Ma chi lo dice?
– Ma perché?
Le domande si rincorrono in un crescendo di ansia.
– Dove sta scritto?
– La circolare, la circolare della vicepreside chi ce l’ha?
– Mio figlio si rifiuta di farsi accompagnare.
Alcuni si lanciano in una meticolosa esegesi di leggi e circolari applicative:
– Dura lex, sed lex.
– E il controllo? Chi controlla?
Qualcuno azzarda:
– E cosa dice la normativa europea?

Dopo giorni di sgomento e tensione interviene il Ministro, il Parlamento emana urgentemente un decreto e l’allarme rientra: basterà firmare una liberatoria nei confronti della scuola e tutto continuerà come prima.

Questo evento farsesco ha però avuto il merito di farmi riflettere sul grado e sulla qualità di protezione che riserviamo ai nostri ragazzi.
Conosco madri di alunni delle scuole elementari e medie che sanno fin nei minimi particolari tutto quanto accade in aula, che fanno i compiti insieme ai figli e che insieme ai figli studiano quotidianamente, che analizzano e discutono ogni voto, che esercitano un controllo assiduo su tutti gli aspetti della vita scolastica, all’interno di una rete iperconnessa, attraverso la quale i messaggi sono continui. Marinare la scuola, rito di passaggio degli studenti della mia generazione, è ormai impossibile.
Il controllo che noi genitori esercitiamo oggi sui nostri figli è senza dubbio più pressante rispetto a quello al quale siamo stati sottoposti durante l’adolescenza. Certo, la società attuale è più complessa e richiede maggiore prudenza, tuttavia mi chiedo quale sia la nostra responsabilità nell’alimentare la parte infantile dei ragazzi, che raggiungono l’età dell’indipendenza senza avere alle spalle un adeguato processo di crescita esperienziale grazie al quale maturare le proprie difese.
Mi sembra che, mentre si allarga intorno a loro lo spazio virtuale, si restringa invece quello reale.
L’istintiva facilità di dialogare con il mondo del web non si accompagna a un’altrettanto naturale capacità di relazionarsi con il mondo che li circonda.

Vorremmo proteggerli dalle brutture e dai pericoli e, spinti dalle nostre paure, li educhiamo alla diffidenza, come se dietro ogni angolo ci fossero in agguato spacciatori, stupratori, bruti.

Sono convinto che, contro questa visione ansiogena, dovremmo maggiormente coltivare sentimenti di fiducia nel prossimo, di interesse e solidarietà nei confronti dell’altro.

Solo così possiamo sperare di formare individui responsabili, pronti ad aprirsi al mondo e ad affrontare con serenità esperienze reali e, sì, anche il male di vivere.
Quando poi i bimbi crescono e approdano alle scuole superiori, molti genitori pensano sia loro dovere assumere il ruolo di avvocati difensori, pronti a ricorrere al TAR di fronte a una bocciatura o a giustificare qualsiasi comportamento trasgressivo.

Proprio in questi giorni ha guadagnato le prime pagine dei giornali la vicenda del liceo Virgilio di Roma, dove gruppi di genitori e personale scolastico si fronteggiano in fazioni agguerrite.
Ritengo un brutto segno che la vita interna di un liceo diventi materia di cronaca giornalistica in quanto preside e corpo insegnanti non hanno la necessaria autorevolezza per affrontare la situazione senza coinvolgere carabinieri e magistratura. Penso anche che si sia esagerato nell’uso di un linguaggio improprio, evocando comportamenti mafiosi e associazioni a delinquere. Tuttavia non mi sembra lecito, come ha fatto un gruppo di genitori, derubricare a intemperanze goliardiche comportamenti vandalici, fumo, sesso tra i banchi, atti di prevaricazione e bullismo.

Non voglio essere frainteso: io sono sempre pronto a fare l’elogio della trasgressione giovanile, imprescindibile rito di passaggio in un percorso di conquista della propria autonomia. Ma perché essa assolva il suo compito sono necessari ruoli ben definiti: nello scontro tra autorità e contestazione genitori e insegnanti rappresentano la controparte, si spera intelligente e comprensiva, mai complice.
L’istituzione scolastica, se vuole essere credibile e svolgere la funzione educativa che le compete, non può e non deve rinunciare a pretendere il rispetto delle regole di comportamento e a sanzionarne le violazioni.

Certo, è auspicabile che padri, madri e insegnanti collaborino, ma responsabilità e ruoli non possono sovrapporsi e confondersi: il disegno educativo della scuola non può essere ostaggio di genitori faziosi.
Simili a quelli che, a bordo di campetti di calcio nei quali si affrontano formazioni giovanili, vediamo trasformarsi in ultrà da curva, mentre lo sport dovrebbe servire loro per insegnare il
gioco di squadra e per sviluppare doti di lealtà, solidarietà e senso di appartenenza al gruppo.
È importante ripristinare una sana dialettica tra autorità della legge e trasgressione, anche perché il ribellismo giovanile, se non si trova di fronte un potere abbastanza saldo con il quale misurarsi, è costretto ad alzare il livello della provocazione per poter affermare se stesso e sentirsi esistere.

Il voler proteggere sempre e comunque i figli, siano essi bambini, adolescenti, giovani, rischia di produrre adulti insicuri, magari con grande preparazione professionale, ma infantili nei comportamenti e nella vita emozionale: individui fragili senza consapevolezza di fragilità.
Anche noi genitori siamo stati fragili (e lo siamo ancora), ma della nostra fragilità avevamo coscienza, loro ne sono ignari e appaiono disorientati di fronte alle difficoltà, in balia di reazioni
emotive che rivelano la sfasatura tra sviluppo fisico e maturazione psicologica.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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